Le virtù teologali – la fede, la speranza e la carità – ci rendono capaci di vivere una relazione personale con la Santissima Trinità. La virtù della fede costituisce l’inizio della nostra relazione con Dio. La parola “fede”, nel senso di dare credito a un’informazione o a qualcuno, si usa spesso nel linguaggio quotidiano. Basti pensare all’affidabilità dei notiziari, all’attendibilità delle informazioni sulle malattie o a quella dell’intelligenza artificiale. In questi casi, anche se si prefigge di fornire informazioni oggettive, conta molto chi le pronuncia e da dove provengono. L’affidabilità personale è quindi fondamentale anche nel senso comune della parola “fede”.
È significativo che la prima enciclica di papa Leone XIV, Magnifica humanitas (15 maggio 2026), al n° 113 esorti a riconoscere che l’assolutizzazione di una sola dimensione dell’essere umano è sempre sbagliata, perché oscura altri aspetti essenziali della vita, in particolare la relazione. Occorre “ricordare che quando l’intelligenza artificiale si ripiega in se stessa, dimentica di essere fatta per servire la vita e la persona umana”.
Prima del Concilio Vaticano II venivano sottolineati i singoli contenuti della fede e l’obbligo di prestar loro, con la fede, la piena sottomissione della nostra intelligenza e della nostra volontà. Successivamente, la teologia ha posto al centro il cammino umano e la storia della relazione amorevole e salvifica di Dio con l’uomo, al cui cuore stanno la vita e le parole di Gesù. Dio, per sua libera iniziativa e nella persona del suo Figlio, ha manifestato la sua volontà: “che tutti gli uomini siano salvati e giungano alla conoscenza della verità” (1Tm 2,4). Il contenuto della fede per il cristiano, pertanto, non sono i dogmi astratti, bensì l’evento Cristo, la sua persona e la sua opera. La fede è, anzitutto, un incontro personale con Gesù; è un’esperienza liberante di salvezza (cf. Concilio Vaticano II, Dei Verbum, 5).
