La Cei rilancia la speranza

Tra crisi globali e sete di comunità

Nel cuore di un mondo segnato da conflitti e smarrimento, i vescovi indicano la via della riconciliazione e della creatività pastorale. Al centro, la responsabilità condivisa e una presenza ecclesiale più libera e profetica

Missionaria, accogliente, capace di dialogare e di tessere fraternità in un tempo di polarizzazioni e fratture. Poche parole per immaginare, o meglio, per incarnare nella storia degli uomini e delle donne di questo Paese una Chiesa viva, che abbracci tutti e tutte e che si spenda (come ha sempre fatto) per il bene comune, per chi ha bisogno di aiuto. Questa è stata la cornice entro cui si è svolta a Roma, dal 23 al 25 marzo, la sessione primaverile del Consiglio Episcopale Permanente.

D’altronde, viviamo un tempo difficile, di transizione, attraversato da ferite profonde: i conflitti che insanguinano diverse regioni del mondo, l’indebolimento del diritto internazionale, le divisioni che lacerano il tessuto civile e anche la fatica del vivere quotidiano, sotto i colpi di una secolarizzazione che sembrerebbe mettere in secondo piano la fede, le fedi, la spiritualità, il Vangelo. Eppure non è così. O, almeno, è ciò che sia la Chiesa italiana sia papa Leone XIV tentano di dirci. C’è una speranza a cui aggrapparci, nei grovigli della disperazione di un mondo in conflitto perenne e di una società che perde i suoi valori tradizionali. Una speranza che nasce soprattutto tra i giovani e si radica come non mai nella sete di comunità. Non c’è più spazio per l’individualismo, se vogliamo salvarci.

Qualcuno dirà che forse la Chiesa è ancora poco incisiva nel tessuto sociale del nostro Paese. Ma non è così. Piuttosto, oggi la Chiesa si pone il problema di recuperare una postura evangelica, più che un elenco di cose da fare: un’intenzione di prossimità, fraternità e ascolto, più che la lista delle attività pastorali. In questo senso è fondamentale – hanno sottolineato i vescovi – creare comunità vere, capaci di accogliere chi cerca, accompagnare chi si riavvicina alla fede, sostenere i catecumeni, animare la celebrazione liturgica e rendere visibile una carità che non sia ridotta a semplice assistenza. Altra parola importante: creatività pastorale, che sappia rafforzare il tessuto comunitario e valorizzare la corresponsabilità dei laici.

I vescovi hanno richiamato il valore dell’unità come tratto costitutivo della vita ecclesiale e come testimonianza necessaria anche per la società. Hanno ribadito v si legge nel Comunicato finale v “che la Chiesa è chiamata a percorrere la via della riconciliazione, a mettere da parte ciò che divide, a promuovere il dialogo e a custodire uno stile di incontro, pazienza e libertà interiore”. Ciò non indebolisce la verità del Vangelo, ma la rende più prossima, ospitale e credibile. “Per questo, la Chiesa è chiamata a presentarsi nella vita del Paese come presenza viva e libera, pronta a collaborare al bene comune, senza ridursi a logiche di schieramento e senza rinunciare alla propria libertà di parola quando sono in gioco i principi etici che promuovono la dignità della persona, la giustizia e la pace”.

Il prossimo appuntamento della Chiesa italiana è l’82ª Assemblea generale del 25-28 maggio, che si terrà a Roma. In quell’occasione la Cei farà il punto sul Cammino sinodale intrapreso. Ampio spazio sarà dedicato alle Linee di orientamento per il cammino delle Chiese in Italia: un testo apprezzato perché in continuità con il Documento di sintesi del Cammino sinodale, senza sostituirlo né sovrapporsi al discernimento delle Chiese locali, ma offrendo alcune priorità condivise per il prossimo tratto di cammino. Il grande tema della corresponsabilità tra laici e gerarchia sarà dunque all’ordine del giorno. Sarà anche un tema che, scevro da rivendicazioni di potere, potrà trovare sviluppi per il futuro della pastorale delle comunità ecclesiali. In tale prospettiva, alcune priorità chiedono un’attenzione particolare anche a livello nazionale, tra cui l’iniziazione cristiana, la missione e la pace.

Insomma, la fede oggi non è più scontata e la società non fa più normalmente riferimento al Vangelo. “Per rispondere a tali sfide – conclude il Comunicato finale – tra le linee di azione vengono individuati un annuncio che faciliti il rapporto personale con la fede, la riconnessione dell’impegno caritativo-sociale con la fede professata, la ricerca di modelli di presenza della Chiesa sul territorio volti a rendere le comunità cristiane sempre più luoghi di autentica esperienza ecclesiale, la formazione permanente e l’iniziazione cristiana, la revisione di alcuni aspetti strutturali in ordine a una maggiore collegialità e a una missionarietà più concreta”.

La Chiesa italiana, dunque, si interroga sulle grandi sfide dell’annuncio. E, allo stesso tempo, vuole esserci, vuole spingersi oltre, vuole camminare con la gente, vuole essere testimone credibile della buona notizia. Papa Leone, a conclusione dell’81ª Assemblea Generale (Assisi, 17-20 novembre 2025), disse: “La Chiesa in Italia può e deve continuare a promuovere un umanesimo integrale, che aiuta e sostiene i percorsi esistenziali dei singoli e della società; un senso dell’umano che esalta il valore della vita e la cura di ogni creatura, che interviene profeticamente nel dibattito pubblico per diffondere una cultura della legalità e della solidarietà”. Per questo, ha detto il cardinale Matteo Zuppi, presidente della Cei, “abbiamo bisogno di una Chiesa che non si chiuda, che non si rassegni, ma che resti umanamente e spiritualmente vicina. Una Chiesa che sappia parlare perché sa ascoltare. Una Chiesa che sappia indicare la speranza perché non si sottrae alla fatica del presente. Una Chiesa che continui a essere casa, fraternità, compagnia, consolazione, responsabilità”.

L'ECO di San Gabriele
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