La tutela della dignità umana in materia economica richiede il rispetto della proprietà privata, che spesso deriva da un faticoso lavoro dei genitori.
Libertà, responsabilità e ingegnosità umana rispondono alla volontà del Creatore, che affida all’uomo il compito di dominare e custodire la Terra con cura e premura, essendo stato creato a sua immagine e somiglianza (cf. Gn 1,27-28). Come ricorda Leone XIII, “la forza attiva è inerente alla persona ed è del tutto propria di chi la esercita ed è al suo vantaggio” (Rerum novarum, 34). In questa prospettiva, il lavoro serve sia a provvedere ai bisogni della vita sia allo sviluppo integrale della persona; perciò la proprietà privata deve essere accessibile a tutti e rimanere subordinata alla destinazione universale dei beni.
Il creato e i suoi beni sono destinati allo sviluppo di tutto l’uomo e dell’intera umanità (cf. Francesco, Fratelli tutti, 120). Dal rapporto tra proprietà privata e verità della fede cristiana – secondo cui Dio ha destinato la terra e ciò che essa contiene all’uso di tutti gli uomini e i popoli – derivano quattro conseguenze importanti.
La prima. I proprietari non devono lasciare inutilizzati i propri beni, ma impiegarli in attività produttive, creando lavoro e mettendo a disposizione di altri le nuove conoscenze tecnologiche (cf. Fratelli tutti, 123). La seconda. La solidarietà con i poveri, esercizio concreto della carità cristiana creativa, “non dà solo il pesce, ma anche la rete per pescare”: formazione dei giovani e investimenti nei Paesi in via di sviluppo incarnano questa carità.
La terza riguarda quei beni – come l’acqua – che non possono essere garantiti a tutti dalle sole dinamiche di mercato (cf. Giovanni Paolo II, Centesimus annus, 40). La quarta. La Chiesa critica sia il collettivismo, che nega la proprietà privata, sia il capitalismo privo di un solido quadro giuridico capace di assicurare una gestione giusta ed equa dell’economia.
