La parabola dei due debitori rivela il volto misericordioso di Dio e smaschera l’incoerenza di chi, pur avendo ricevuto grazia, non sa offrirla agli altri
Perdonare fino a settanta volte sette
Alla fine del penultimo dei cinque lunghi discorsi di Gesù in Matteo, quello “ecclesiale” o “comunitario”, quando il Maestro enuncia le esigenze della correzione fraterna e del perdono reciproco (cf. Mt 18,15-20), Pietro solleva una questione alla quale Gesù risponde in modo perentorio. Non servono commenti, basta ascoltare il dialogo tra i due: “Signore, se il mio fratello commette colpe contro di me, quante volte dovrò perdonargli? Fino a sette volte?”. E Gesù a lui: “Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette” (Mt 18,21-22), cioè sempre, all’infinito! Di fronte a una tale dichiarazione restiamo meravigliati e forse anche un po’ scandalizzati, perché non è facile comprendere né assumere questo atteggiamento. Ciò che Gesù chiede non è forse utopico?
La misericordia, più forte della legge
Gesù stesso si incarica di rispondere mediante una parabola che rivela il volto di Dio e, di conseguenza, ciò che spetta a noi discepoli e discepole alla scuola del suo Regno: “Per questo, il regno dei cieli è simile a un re che volle regolare i conti con i suoi servi” (Mt 18,23). Una parabola che
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