Il turpiloquio è sempre più spesso scambiato per una forma, seppur maleducata, di sincerità politica. Un’esondazione del parlar chiaro, fuori dagli schemi. Come una voce, a volte anche una parolaccia, “dal sen fuggita”. L’imbarbarimento del linguaggio è generale. Riguarda l’insieme della società. Non solo italiana. All’estero si sente persino di peggio. Non è limitato al dibattito politico che in una democrazia deve essere vivace, chiaro, diretto, privo di troppe bardature.
Nel secondo Novecento della nostra Prima repubblica si affermò un neologismo, il politichese, che era il modo di annoiare il prossimo nascondendo il pensiero in tanti artifici oratori. Non ne abbiamo nostalgia. Ci manca però la classe e soprattutto la cultura di tanti personaggi della politica, assolutamente trasversali, che ebbero cura letteraria dei propri discorsi. Inadatti a un talk show, spesso troppo lunghi e noiosi ma non raramente approfonditi e soprattutto animati da uno spirito repubblicano che fatichiamo a riconoscere in sguaiate e recenti polemiche. C’era in quegli interventi, soprattutto alla Costituente ma anche nei successivi Parlamenti, la consapevolezza che le parole delle istituzioni contribuiscono a costruire un sentimento collettivo. Un senso di appartenenza alla Nazione. Un dizionario democratico. Un vestito linguistico civile. Al contrario delle espressioni apodittiche, gettate al vento, magari solo per vedere l’effetto che fanno, di tanti interventi sconclusionati che ascoltiamo dagli scranni delle Camere non solo nei salotti televisivi. L’avvento dei social network ha trasformato il discorso pubblico in un gigantesco rumore di fondo. Chi ascolta, sempre meno incline a impegnarsi nel distinguere e approfondire, è più sedotto dal tono e dalla teatralità della parlata, meno dalla sostanza delle cose. Contano le frasi a effetto, la postura, il gesto, la battuta. Frasi corte, rapsodiche, non raramente invettive e ingiurie. Accade che si discuta sull’etimologia di un termine, lanciato nell’arena senza averne conosciuto in anticipo il vero significato. Basterebbe ammetterne l’ignoranza per spegnere sul nascere inutili diatribe, tanto accese quanto effimere.
E poi c’è il resto. Un insieme di argomenti decisivi per il nostro futuro che non si possono ridurre allo spazio ristretto di un post o ai pochi secondi di una comparsata televisiva. E, dunque, conviene non occuparsene. Temi ostici e indigesti. Da lasciare agli esperti dei quali ovviamente si diffida come parte di una élite autoreferenziale. Prevale il semplicismo che è il contrario della semplicità e l’anticamera dell’ignavia. Solo a evocare la complessità dei temi dell’economia e della tecnologia l’audience crolla. Meglio promettere qualcosa che non sarà mai realizzato dando la colpa agli altri. Mai ammettere di averla.
Esiste, alla fine anche il terrapiattismo della politica. Purtroppo l’orlo, da cui si può cadere, non si raggiunge mai.
