IL GIOCO DEL FAGIOLO

By Catia Di Luigi
Pubblicato il 3 Luglio 2014

Capita spesso che alle scuole elementari si affidi al bambino un fagiolo con un po’ di ovatta e un bicchiere. Gli si chieda di portarselo a casa, e di averne cura per le settimane a venire. A casa il bambino cercherà un punto che abbia luce abbastanza, e lo innaffierà perché sa che il fagiolo ha bisogno di lui. Ogni mattina si alzerà e correrà a guardarlo. Un giorno poi il fagiolo si schiuderà, e il bambino vedrà qualcosa che sbuca in mezzo all’ovatta e farà una faccia diversa da prima. È così che grazie alla scuola il bambino imparerà lo stupore di una vita che nasce da un’altra vita, di una forma che cambia e diventa qualcosa che prima non c’era.

Alla scuola italiana, sfiancata oggi da troppi discorsi mortificanti, il gioco del fagiolo e dell’ovatta potrebbe dare una mano. Da un lato ci sono gli insegnanti, delegittimati, incellofanati dentro lo stereotipo avvilente dell’impiegato statale, e buttati via insieme all’acqua sporca di tutto ciò che nel pubblico evidentemente va male. Dall’altra gli studenti, ai quali hanno insegnato a non aspettarsi granché da un adulto generico. Men che meno da uno che sta seduto dietro una cattedra a insegnare cose che “tanto non servono a niente”.

In mezzo, tra insegnanti e studenti, c’è un fiume, dove entrambi, dalle due rive, guardano fluire il mondo reale come qualcosa che li riguarda ma solo nella misura in cui passa loro davanti. Gli insegnanti a spiegare faccende che il mondo tutt’intorno annovera tra le cose superflue, e i ragazzi con le teste chinate sui banchi, a desiderare il superfluo che tutt’intorno il mondo propone.

Ma poi capita che un insegnante, nonostante tutto, esca dalla cattedra e attraversi il fiume, affidando ai ragazzi qualcosa perché provino ad averne un po’ cura. Può essere una frase, uno sguardo acceso, un pensiero. Perché dentro un ragazzo c’è sempre in agguato il bambino che accudiva il fagiolo, ed è lui che prende la frase, lo sguardo o il pensiero, e se lo porta a casa una volta finita la scuola. Lì prova a cercargli un posto che abbia luce abbastanza, e ovatta e acqua a sufficienza perché possa crescere bene. L’insegnante che attraversa il fiume conosce bene lo sguardo che viene a un ragazzo quando gli affida una cosa, perché dentro ci sono la cura e la responsabilità. E soprattutto sa che quella cosa – che sia il fagiolo o la geografia – lo riguarda, che è una faccenda importante per la sua vita.

Dal bambino che scruta il fagiolo che gli hanno affidato a scuola, bisognerebbe imparare lo stupore nel vedere che le cose cambiano, che il mondo non è bloccato nelle forme stereotipate che ogni giorno ci consegnano già preconfezionate. È questo che la scuola dovrebbe insegnare, prima di tutto, ritornando ad affidare ai ragazzi il piacere di cercare che cosa si nasconde dietro, il dovere di aspettare, coltivare, snidare, vedere crescere qualcosa. La modalità del fagiolo: affidare loro sapere, chiedere di provare a smontarlo, mettere in discussione quello che quotidianamente il mondo faceva scivolare dentro la testa. È così che la lezione in classe diventa dialettica: alzare le mani, ribattere, confrontarsi, proporre, interrogare. Non più la lezione frontale, con l’insegnante che passa in rassegna il programma, e i ragazzi dall’altra parte dell’aula a raccogliere o schivare le sue parole in silenzio.

Ecco allora che alla scuola italiana, in questi tempi di sfiducia, forse gioverebbe provare questo gioco di alzate di mano, l’esercizio critico quotidiano, lo smontaggio di congegni, la domanda come perno dell’istruzione e dell’educazione che passa per l’aula. Un po’ quello che accadeva al novizio Gabriele, sottoposto spesso agli incontri di verifica col responsabile della sua crescita spirituale. I libri in disparte per un po’ perché bisognava dare una sistemazione alla mentalità, al senso della vita e allo scopo per cui spenderla: il sacerdozio e la vita missionaria. I contenuti educativi, che si facevano a mano a mano più solidi, erano pochi e densi: unità interiore nella conformità al Crocifisso, regola e autorità come manifestazione oggettiva della volontà di Dio, devozione alla Madonna, pratiche di pietà quanto più si poteva. La concentrazione sul Crocifisso era il nucleo su cui si insisteva al massimo perché si portasse appresso tutto il resto, come la scelta dei mezzi per riuscire nella perfezione e il fervore apostolico. Nella passione di Cristo c’era tutto. È l’impronta che proveniva dal fondatore e che pervadeva la famiglia come il concentrato energetico della spiritualità che tutti in convento dovevano assimilare.

In fondo non è cosa nuova: basta tornare alle elementari e imparare da quel vecchio espediente del fagiolo dentro un bicchiere con l’ovatta.

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