di P.G. Wodehouse, Traduzione di Beatrice Masini,
Sellerio – pp. 392, euro 16,00
Il codice dei Wooster parla chiaro: “mai abbandonare un amico”. È su questa prima e fondamentale regola che si regge l’intera saga di Jeeves, vero motore di molti dei meccanismi comici che animano il mondo di Wodehouse. In tanti, a dire il vero, sarebbero felici di essere abbandonati da Bertie – come lo storico amico Gussie, mandriano di tritoni e vittima ricorrente delle premure del giovin signore. Altri tentano apertamente di liberarsene – come la zia Dahlia, che continua ad arruolarlo per le spedizioni più improbabili. Pochi, pochissimi – uno in particolare, il buon maggiordomo Jeeves – non riescono proprio ad abbandonarlo: per autentica amicizia o per mirabile professionalità, non è dato saperlo. Quel che è certo è che Il codice dei Wooster è una delle prove più riuscite del «Mozart della scrittura comica» (parola di Jonathan Coe). Continuiamo a consigliare i romanzi di Wodehouse perché somigliano alle Macchine inutili di Bruno Munari: non producono nulla di concreto, e proprio per questo che sono indispensabili.
