di William Langewiesche,
traduzione di Matteo Codignola,
ed. Adelphi, pp. 182, euro 12
C’è un momento preciso in cui Il bazar atomico smette di essere un saggio e diventa un inquietante romanzo della realtà: quando il lettore capisce che l’arma più distruttiva mai inventata non è più solo dentro i silos delle superpotenze, ma circola, si scambia, si contratta. William Langewiesche racconta i riflessi di un mercato nero globale fatto di scienziati ambigui, confini porosi, città segrete e archivi invisibili. Non c’è retorica apocalittica, ma una freddezza da reporter che rende tutto destabilizzante. Il testo non insegue singoli colpevoli: mostra piuttosto una catena di complicità, omissioni e opportunismi che mal si sposano con l’idea del “caos controllato” che generalmente si ha delle armi nucleari.
Scritto con l’andamento di un reportage narrativo e battente, Il bazar atomico è una lettura che disturbа, tratta di un argomento che è di stringente attualità da ottant’anni, ma di cui raramente si conoscono i contorni. Parla della fragilità dei sistemi che dovrebbero proteggerci, lasciando addosso una domanda difficile da scacciare: quanto è davvero sicuro il mondo in cui viviamo?
