I quattro che predissero la fine del mondo

di Abel Quentin, Traduzione di Giuseppe Giovanni Allegri,
edizioni e/o, pp. 464, euro 19.50

Berkeley, 1973. Quattro giovani ricercatori del MIT lavorano al rapporto IBM360, soprannominato affettuosamente “Big Baby”. Il verdetto che ne emerge è ineluttabile: la crescita infinita è un’illusione, il mondo corre verso il collasso. Quello che passerà alla storia come Il rapporto sui limiti dello sviluppo finì per essere dimenticato sul tavolo delle nostre inquietudini. Ogni giorno, i ritmi produttivi e la valanga demografica riducono l’aspettativa di vita del pianeta. Come reagiremmo se potessimo guardare in faccia l’apocalisse prima che si presenti? La parabola – vera, ma universale – di questi quattro scienziati dà tante risposte diverse.

Nel romanzo di Abel Quentin convivono il fascino della verità e il timore della profezia: una scrittura elegante e nervosa, un ritmo serrato e dolce come un respiro trattenuto. La brillante penna di Emmanuel Carrère lo ha definito “uno straordinario veicolo romanzesco per raccontare la nostra marcia da sonnamboli verso la catastrofe”. Lo è, ma è anche di più: un romanzo che illumina una zona cieca del nostro tempo senza remore; senza paura di porsi integrativi, persino il più difficile.

Esiste un modo giusto di guardare il palazzo che crolla?

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