“Come hai avuto la vocazione?”. Quante volte noi preti, frati e suore ci siamo sentiti rivolgere questa domanda. Come se la “vocazione” riguardasse solo alcune specifiche categorie di persone o fosse un’opzione: a chi sì e a chi no. Ma nella domanda va colto anche il tono della voce: ammirazione o compassione.
La “vocazione” spesso è compresa come qualcosa riservata a pochi. In realtà si tratta semplicemente del motivo per cui siamo venuti al mondo. Non siamo nati a casaccio, ma siamo il frutto del desiderio di Qualcuno, che ci ha voluti per realizzare un progetto bellissimo. Tutti abbiamo una “vocazione”, perché tutti siamo nati per un motivo, secondo un progetto, da un atto d’amore.
Conosciamo Abramo, Mosè, Maria e gli apostoli. E poi tanti altri: conosciamo la storia di molti santi e sante, tra cui anche san Gabriele.
Un’altra convinzione riguardo alla “vocazione” è che sia qualcosa di estraneo alla propria volontà, poiché spinge sempre a una rinuncia o a un abbandono. Tanto che, a fronte di tanti che probabilmente pregano per conoscere la propria vocazione, molti pregano per non conoscerla. Molti hanno paura della volontà di Dio, come di una cartella esattoriale. Immaginiamo ancora il Signore come tutto, tranne che come un Padre buono. Accogliamo la sua volontà come una rinuncia, anziché come la felicità.
Ma a guardare bene la storia della salvezza non è così. Abramo desidera una terra e una discendenza. Dio non lo chiama ad altro: gli dona una terra e una discendenza, ma a modo suo. Mosè vorrebbe liberare dalla schiavitù i suoi fratelli, tanto che arriva a uccidere una guardia. E Dio lo chiama proprio a liberare Israele dalla schiavitù, ma a modo suo. Anche Maria desiderava la venuta del Messia e Dio realizza il suo desiderio attraverso di lei e non senza di lei. Anche san Gabriele amava molto la compagnia, e Dio gli dona una comunità più grande in cui vivere.
Insomma, la “vocazione” è la realizzazione di ciò che siamo. La volontà di Dio è il progetto originario della nostra esistenza, prima che in qualche modo ci perdessimo dietro a qualcosa di più piccolo. Non è un atto di rinuncia, ma di consapevolezza di ciò che siamo veramente e di ciò che desideriamo nel profondo del nostro cuore. L’unica cosa che Dio ci chiede di abbandonare è la mediocrità, perché ci ha creati “grandi”.
«Se ti fidi di me, Abramo, che desideri una terra e una discendenza, sarai padre di una moltitudine e benedizione di tutte le nazioni». «Se ti fidi di me, Mosè, che volevi alleviare le pene dei tuoi fratelli in schiavitù, sarai il liberatore di tutto il popolo». «Se ti fidi di me, Maria, che preghi ogni giorno per la venuta del Messia, sarai la madre del Salvatore». «Se ti fidi di me, Gabriele, che ami stare con i tuoi amici in allegria, ti farò compagno di strada di tanti giovani di tutto il mondo e ti donerò una gioia così grande che neanche la malattia riuscirà a toglierti».
Nel Vangelo di Luca, l’angelo Gabriele entra nella vita di Maria con un annuncio sorprendente (Lc 1,26-38). Le chiede fiducia. E Maria risponde con una delle frasi più belle della storia: «Ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola».
San Paolo scrive: «Sappiamo che tutto concorre al bene per quelli che amano Dio, per coloro che sono stati chiamati secondo il suo disegno» (Rm 8,28). La “vocazione”, cioè la volontà di Dio, non è un limite alla libertà, ma il modo più vero per realizzarla. Non è una rinuncia alla felicità, ma la strada per raggiungerla davvero. È il passaggio dalla mediocrità alla grandezza.
