Nella quotidianità di un giovane elegante, brillante e talvolta impulsivo, si intrecciano doveri familiari, passioni giovanili e un carattere ardente che non rinuncia alla fede. Le serate danzanti, le letture, le amicizie e l’affetto verso il padre compongono il mosaico di un’anima in trasformazione, destinata a lasciare la leggerezza del mondo per un orizzonte più luminoso
Nel mese di febbraio scorso, per commemorare il Transito di san Gabriele, ho voluto dare un taglio diverso all’articolo, soffermandomi soprattutto su alcuni aspetti della sua vocazione religiosa. Ora riprendiamo serenamente il discorso che avevamo interrotto, cioè quello di continuare a seguire le orme di Checchino: un ragazzo simpatico, elegante, garbato, intelligente, educato, ma anche facilmente irascibile. A scuola e in società gli piaceva primeggiare e fare bella figura. Da questo si può dedurre quanto sforzo di volontà abbia messo in atto per correggersi e farsi santo. Ciò accresce la nostra stima nei suoi confronti.
Abbiamo detto nei servizi precedenti che amava la caccia, il ballo e le allegre compagnie. Ma sapeva rendersi utile anche in casa. Quando, nel 1854, il fratello Michele andò a Roma per frequentare l’università di medicina, il padre Sante rimase senza il suo aiuto nel disbrigo delle pratiche relative al suo ufficio di Governatore. Subito, al posto di Michele, subentrò Checchino, che in breve tempo si mostrò responsabile e diligente. Il papà aveva 63 anni. Tuttavia, il peso della professione, i continui spostamenti di sede e il dovere di far crescere la numerosa famiglia senza l’apporto della moglie, deceduta prematuramente, avevano minato la sua salute. Inoltre, a causa dell’età e dello stress lavorativo, anche la vista si era molto indebolita.
Checchino, con grande amore e delicatezza, lo aiutava, gli stava accanto e faceva tutto ciò che era nelle sue possibilità. Gli leggeva la Gazzetta Ufficiale, gli scriveva le lettere. Poi, ogni pomeriggio, lo accompagnava a passeggio. In queste uscite “fuori porta” c’era sempre una sosta nella chiesa di San Luca, dove si fermavano a pregare davanti a un’icona dell’Addolorata. Forse fu proprio questa immagine a ispirare Checchino nella scelta del futuro cognome religioso “dell’Addolorata”. Ma non tutti i giorni Checchino restava a casa con il padre.
Andava a scuola, trascorreva il tempo leggendo romanzi e si divertiva con gli amici. Spesso amava passare con loro delle serate. Usciva sempre con vestiti eleganti. In casa lo chiamavano “il damerino”. Era incline alla conversazione: aveva sempre qualcosa da raccontare e, con naturalezza, attirava l’attenzione su di sé. Non di rado, a tarda sera, nelle case delle famiglie amiche si ballava. Al suono di qualche strumento musicale – pianoforte, violino o contrabbasso – si dava inizio al ballo di coppia. Checchino era sempre il primo a scendere in campo. Invitava cortesemente una donna, giovane o adulta che fosse, e ballava. Era un piacere osservarlo nelle sue movenze ritmiche e raffinate. Sul ballo, comunque, torneremo in seguito.
Una deposizione ai processi di beatificazione conferma quanto detto sopra. È quella del teste Parenzio Parenzi: “Mi ricordo benissimo di aver conosciuto Francesco Possenti fin dall’età di sedici anni e posso assicurare che la sua condotta religiosa e morale era irreprensibile… Era di carattere ardente, desideroso di passatempi. Frequentava assiduamente le scuole dei gesuiti e frequentava anche i Sacramenti… Attesto inoltre che, due anni prima che partisse da Spoleto per farsi religioso, si dette a vita allegra e amante di passatempi, di balli e di conversazioni in case private, particolarmente nella nostra casa e in quella di Campello; amante di spettacoli teatrali e di comparire e di far bella figura specialmente nel vestire. Però posso assicurare di non aver mai rimarcato in lui nulla di immorale o disonesto, né ha mai abbandonato i doveri positivi di buon cristiano.”
A proposito delle sue frequenti serate in casa di amici, mi piace riferire un aneddoto che ci presenta un Checchino vittima di una curiosa vicenda. Una sera il fratello Michele portò con sé Checchino a casa di un amico. A cena venne servito un vino squisito, di alta gradazione alcolica. Il nostro giovincello ne bevve un po’, ma, non essendo abituato a quel tipo di vino, ne rimase alquanto alticcio. Tornando a casa, il babbo lo venne a sapere. Ovviamente rimproverò Michele, che era il più grande.
