Tanto tuonò che piovve! La mancata qualificazione al prossimo Mondiale di calcio (11 giugno -19 luglio), la terza consecutiva, non è figlia dell’ultima sconfitta ai rigori contro la Bosnia, bensì di un profondo malessere con cui da lunghi anni convive l’intero ecosistema del calcio italiano. Di conseguenza, basta con il gettare la croce sull’ex cittì Gattuso e sul suo gruppo. Le colpe, infatti, vanno distribuite tra gli anni passati e quelli più recenti.
Che identità tattica è stata data alla nostra Nazionale dopo varie alternanze di idee, moduli e principi che, di fatto, non hanno prodotto una struttura stabile? Vogliamo poi parlare di giocatori scelti più per status che per rendimento, oppure della gestione emotiva e comunicativa, piena di oscillazioni e filosofia? Gattuso, persona perbene, ha senza dubbio delle responsabilità, ma certamente ha ereditato problemi pesanti.
Visto che sono tre i Mondiali seguiti dal divano di casa…, in un Paese serio, dopo l’ennesimo “disastro” sportivo ci si sarebbe guardati allo specchio invece di raccontare favole e trovare alibi, come ad esempio quello dei troppi stranieri.
Ma di cosa parliamo? Il grande inganno del nostro sistema calcio, infatti, è il non voler guardare in faccia i problemi reali e affrontare una verità scomoda. I giovani italiani bravi, quelli che fanno la differenza, sono pochi, anche perché il loro percorso formativo è lento, poco competitivo e poco meritocratico. E quei pochi che emergono vengono valutati come se fossero fenomeni senza aver dimostrato nulla. Un 20enne italiano, ad esempio, con poche presenze in Serie A e senza performance da fuoriclasse, può costare a fine stagione 20, 30 o 40 milioni di euro. Un coetaneo straniero, invece, con 40 partite da titolare in un campionato estero comunque competitivo, ha un costo di gran lunga inferiore. Diremmo spiccioli, se paragonati a certe cifre assurde. Dunque, secondo voi, un presidente coscienzioso e particolarmente attento nel far quadrare i conti su chi investirebbe? Semplice: su giocatori stranieri più pronti, più economici e più rivendibili.
La colpa, pertanto, non è degli “stranieri”, ma di un sistema che non produce abbastanza qualità. E quando la produce, la rende economicamente inaccessibile. Giocatori italiani medi ma carissimi; giocatori stranieri giovani, forti e accessibili. Così il campionato si riempie dei secondi e la Nazionale si trova a lavorare con una base ristretta, con poca concorrenza e poca fame.
Che fare, allora? Sicuramente, al di là della scelta di dirigenti e tecnici competenti ed equilibrati, bisognerebbe dar vita, in tempi assai brevi, a una riforma strutturale che tocchi almeno tre punti: la riorganizzazione del settore giovanile con standard federali obbligatori; l’introduzione di un campionato Under 23 che permetta ai giovani di confrontarsi con il calcio dei grandi; incentivi concreti per i club che valorizzano giocatori italiani attraverso minutaggi e percorsi di crescita.
Dimenticavo il quarto: far capire ai tecnici, soprattutto a quelli che allenano i ragazzini, che una partita della categoria Esordienti, dove si affrontano ragazzi e ragazze di 12-13 anni, non può terminare 40 a 0, come è accaduto recentemente in Toscana. Ci sta l’insegnamento, anche da bambini, a non mollare mai, ma è altrettanto vero che il campo dev’essere un luogo di crescita. E non si può crescere senza trasmettere, a chi si avvicina a questo bellissimo sport, la sensibilità e il rispetto per gli avversari. Anche perché a quella età l’autostima è a dir poco precaria, e una sconfitta con simili proporzioni può avere effetti altamente negativi. Come, ad esempio, allontanare i ragazzini dallo sport.
