Faceva il presepio in casa

“Checchino – racconta Filippo Giovannetti, condiscepolo e suo amico intimo – aveva un gusto speciale per disporre i movimenti di un cono di cartone, agitato dalla fiammella di una candela. A lavoro compiuto, pieno di gioia invitava parenti e amici a rimirare il suo presepio”.

Checchino non era solo vivace, ma anche molto intelligente. Dovunque si trovasse, in casa, a scuola o in compagnia con gli amici, sapeva attirare l’attenzione su di sé con naturalezza. Insomma, gli piaceva primeggiare. A scuola competeva sempre con i migliori. Non di rado, prendeva i voti più alti. Soprattutto in latino. Stessa cosa per le declamazioni scolastiche al teatro dei Gesuiti.

Non si contentava di vestire in modo elegante. Amava anche farsi vedere con l’orologio al taschino. Oggetto non comune all’epoca. Ma lui era di famiglia nobile e quel distintivo non poteva mancare. Questo particolare l’apprendiamo da una lettera che lui scrisse da Ferentillo (TR), il 5 dicembre 1855 al cugino Pietro di Terni. Faceva richiesta di una catenella per l’orologio.

Fare attenzione alle parole che usa nel redigere la missiva. Tutte ben pensate e accattivanti. Ecco il testo: “Car.mo Cugino, la vostra bontà somma nell’avermi compiaciuto in altre mie domande m’invita a prender la penna e ad indirizzarvi questo vergato foglio. Alla fine mi è riuscito poter fare un orologio; ma che succede, mi manca la catena… E non ardisco dir più oltre; perdonerete un tanto ardire… Vi auguro felicissime feste natalizie… Cordialmente vostro aff.mo cugino Francesco Possenti”.

Ovviamente, la richiesta viene esaudita. Checchino, oltremodo soddisfatto, sente il bisogno di ringraziare il “munifico cugino” il 18 dicembre 1855: “Quale non fu la mia sorpresa nel vedere la catena! La tanto gradita catena sarà per me al certo durevole memoria di voi; e onde anche voi possiate avere una memoria di me, mi prendo la libertà di mandarvi questo ricamo (tipica frangia che si usava per ornare le camicie, ndr). Non guardate all’oggetto donato, ma bensì al buon cuore del donatore”.

Da non perdere di vista che, di lì a nove mesi, entrerà al noviziato di Morrovalle (MC), dove tra le mura del convento, avverrà in lui una trasformazione totale, al punto da scrivere: “Non cambierei un quarto d’ora di preghiera in coro a finestre chiuse, con tutti gli svaghi e i divertimenti del mondo!”. Come mai questo capovolgimento? Ne parleremo.

Checchino è un tipo emotivo e irascibile. Basta un rimprovero o una umiliazione che subito si accende in volto e, a voce alta risponde per giustificarsi. A volte, fuggiva dal luogo dove veniva redarguito e si chiudeva in camera. Ma appena si sbolliva, usciva a chiedere scusa.

Intanto, la preoccupazione principale di Sante era quella di dare ai figli una buona formazione cristiana. Non meraviglia perciò se “alla sera – scrive padre Norberto nella deposizione canonica – quando aveva adempito gli impegni del suo ufficio, raccoglieva tutta la famiglia in una stanza per pregare insieme e per inculcare ai figli principi cristiani. Spesso parlava loro dei doveri verso Dio, verso la Chiesa e verso il prossimo.”. Checchino ascoltava queste istruzioni con attenzione e ne faceva tesoro. Qui, vale la pena raccontare due episodi molto coinvolgenti.

Il primo riguarda il dominio di sé, dopo essere stato offeso pubblicamente. Tra i suoi compagni nell’istituto dei Gesuiti, vi era un ragazzo, che ogni giorno veniva a scuola da Giano dei Monti Martani, presso Spoleto. Si chiamava Giacinto Pietroni. Forse, provenendo da un borgo di montagna, si sentiva a disagio di fronte a studenti della città. Non era molto loquace, ma osservava con una certa invidia il modo di agire degli altri. Soprattutto di Checchino. I due forse si saranno incontrati e parlati. E il giovane Possenti, esuberante qual era, nella conversazione si sarà lasciato sfuggire qualche apprezzamento poco rispettoso nei confronti dello studente montanaro. Non lo sappiamo.

Quello però che è successo dopo, lo lascia supporre. Un giorno all’uscita dalla scuola, Giacinto si ferma ad aspettare Checchino. Quando gli arriva a portata di mano, gli molla un forte schiaffo in faccia e scappa via per paura di una reazione.

Quell’affronto ovviamente dispiacque non poco al giovane Possenti. Soprattutto perché inaspettato e fatto davanti ai suoi amici. Tuttavia Checchino seppe incassare in silenzio. E, da persona educata, non reagì né allora e né nei giorni seguenti, suscitando grande stupore al Pietroni, che si aspettava da un momento all’altro qualche rappresaglia. La storia comunque non finisce qui. Il seguito ce lo facciamo raccontare dal biografo monsignor Amilcare Battistelli: “Il 13 maggio 1920 nella Basilica vaticana alla solenne cerimonia della Canonizzazione di Gabriele, c’era anche Giacinto Pietroni, Superiore generale dei missionari del Preziosissimo Sangue, che in ginocchio venerava e pregava il novello santo, guardando con indicibile commozione quel volto, da lui già percosso, che ora si irraggiava di aureola gloriosa”. Un epilogo davvero commovente.

Il secondo episodio ci mostra Checchino intento a realizzare un presepio a casa sua. Questo simpatico aneddoto è stato riferito da Filippo Giovannetti, condiscepolo e amico intimo di Checchino. Nell’ottobre 1917, il biografo Battistelli si recò a Spoleto sia per intervistare Giovannetti e sia per visitare la casa del Santo. Ebbe la fortuna di sostare nella stessa saletta dove Giovannetti e Checchino si intrattenevano in lieta conversazione. Proprio lì, veniva allestito il presepio. “Checchino – diceva Giovannetti – aveva un gusto speciale per disporre i movimenti di un cono di cartone, agitato dalla fiammella di una candela. A lavoro compiuto, Checchino pieno di gioia invitava parenti e amici a rimirare il suo presepio”.

L'ECO di San Gabriele
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