FACCIAMO STAR BENE GLI ALTRI

LA RICERCA GOOD COUNTRY INDEX
By Antonio Andreucci
Pubblicato il 4 Settembre 2014

IL NOSTRO PAESE È TRA I PRIMI VENTI AL MONDO A OFFRIRE UN MAGGIORE CONTRIBUTO ALL’UMANITÀ E AL PIANETA. CIÒ CHE CI INORGOGLISCE È CHE ALLE NOSTRE SPALLE C’È LA PRIMA POTENZA MONDIALE: GLI STATI UNITI D’AMERICA  Ricominciare è sempre dura, anche per chi quest’anno è andato in vacanza. Però il dato positivo di questi ultimi, 4% in più rispetto al 2013, ci induce a pensare positivo. Qualcosa di buono si sta muovendo, almeno così sembra, e il nostro paese è tra i primi venti al mondo a offrire un maggiore contributo all’umanità e al pianeta. Almeno così sembra indicare una ricerca venuta fuori dai flutti estivi. L’ha compilata Simon Anholt, un consulente politico indipendente anglosassone, laureato ad Oxford, il quale si è preso la briga di esaminare e valutare 125 nazioni in base a sette parametri e di redigere il primo Good Country Index, l’indice del buon paese. È qui che viene fuori l’italica bontà. Non è vero che tutto va a scatafascio; non è vero che siamo guardati con circospezione; non è vero che siamo sull’orlo del fallimento. L’Italia – udite, udite! – è migliore degli Stati Uniti, secondo i dati di Onu, Banca mondiale e di alcune fra le maggiori organizzazioni internazionali, raccolti, analizzati e confrontati da Anholt.

Attenzione: non si tratta di una graduatoria dei paesi dove si vive meglio – quella è tutt’altra cosa – ma di quelli che aiutano gli altri a stare meglio. Perciò, se riteniamo di non passarcela proprio bene, pazienza! Non si può avere tutto. Per creare l’elenco, i ricercatori coordinati da Anholt hanno preso in considerazione la dimensione economica di ogni paese e ne hanno valutato i contributi globali a scienza e tecnologia, cultura, pace e sicurezza internazionale, ma anche clima, rispetto del pianeta, salute e benessere della popolazione. Gli esperti hanno dichiarato che l’indagine non aveva l’obiettivo di esprimere giudizi morali sui diversi paesi, ma di riconoscere l’importanza di contribuire al bene comune in una società globalizzata, e di accendere un vero e proprio dibattito su quale sia lo scopo di ogni paese.

Al primo posto di questa classifica troviamo la verde e piovosa Irlanda. Il paese di James Joyce, Oscar Wilde, George Bernard Shaw, fino agli U2 – tanto per citarne qualcuno – è quello che contribuisce più degli altri a sviluppare e attuare strategie per un maggiore impegno economico, politico e culturale con le altre nazioni. L’Irlanda è prima solo in uno dei sette parametri (prosperità e qualità), occupa buone piazze in altri (cultura, ordine mondiale, salute e benessere), e non figura nemmeno tra i primi dieci nelle altre, ma la media generale la pone al vertice. Alle piazze d’onore vi sono la Finlandia (seconda) e la Svizzera (terza); completano la top teen: Olanda, Nuova Zelanda, Svezia, Gran Bretagna, Norvegia, Danimarca e Belgio. Per arrivare a leggere il nome Italia, questa volta non bisogna andare al fondo – dove figurano Iraq, Vietnam e Libia, segnati da conflitti e povertà. Ci troviamo in alto, non di moltissimo, ma a un certo lusinghiero ventesimo posto su 125. Ciò che ci inorgoglisce è che alle nostre spalle c’è la prima potenza mondiale: gli Stati Uniti d’America, sempre convinti di essere i migliori del pianeta e oltre. Loro sì, che non ci fanno una bella figura, anche se un posto tra le prime dieci lo conquistano nella sezione salute e benessere. Noi invece, ci piazziamo al diciannovesimo posto per salute e benessere, al ventiduesimo per cultura, e al trentottesimo per scienza e tecnologia, fino a scendere addirittura al centoduesimo per quanto riguarda il contributo alla pace e alla sicurezza internazionale.

“Tutto il mondo è connesso come mai prima d’ora, ma i paesi agiscono ancora come se ognuno si trovava sul proprio pianeta privato, ha affermato Anholt. È tempo che i paesi inizino a considerare le conseguenze internazionali delle loro azioni; se non lo faranno, le sfide globali, come il cambiamento climatico, la povertà, la crisi economica, il terrorismo, la droga e le pandemie, potranno solo peggiorare”. Parole bellissime, quelle dell’economista inglese.

Le condividiamo in toto. Tuttavia, c’è un “però”: nello stesso giorno in cui i media mondiali divulgavano il primo Good Country Index, quelli italiani avevano titoli come questi: Istat, minimo storico di nuovi nati (segno che non c’è fiducia nel futuro); Istat, calano gli immigrati (non siamo più un paese “appetibile”); un altro bimbo muore travolto da auto pirata; mafia: 92 arresti (giusto per non farci mancare niente); crisi, perso un milione di posti di lavoro; Istat-Cnel: l’Italia sempre più povera. Ci fermiamo per carità di patria e perché siamo, comunque, felici: a noi andrà pure male, ma gli altri li facciamo star bene!

 

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