È inevitabile. Ciascuno di noi, prima o poi, sviluppa una concezione del senso globale della realtà. Ed essa, pur con diverse sfumature, è sempre riconducibile a due visioni generali: quella “finalista” o “provvidenzialista”, secondo cui tutto ciò che esiste possiede un profondo senso positivo, e quella “meccanicista”, secondo la quale il mondo non è altro che una combinazione casuale e priva di senso.
Ammettiamolo. Tanti, oggi, anche a motivo dell’eclissi della fede in Dio e nella Provvidenza, risolvono il problema scegliendo la posizione della casualità e dell’insignificanza degli avvenimenti, cioè quella di Nietzsche, che è il profeta per antonomasia del nostro tempo. Così, per chi la pensa come lui, il senso della vita è solo la vita e il fine della vita è solo la fine. Questo significa che, per costoro, la vita ha senso in se stessa. Non esiste un progetto globale e sovrumano, non esiste un’altra vita. Tutto è qui. Friedrich Nietzsche definisce questa concezione con l’espressione “Amor fati”, cioè amore del destino, accettazione incondizionata di quanto succede, senza speranze consolatorie.
Un’osservazione. La posizione di Nietzsche non è originale: ha radici in filosofi antichi quali Epitteto, Marco Aurelio e Seneca. Anche loro sostenevano la necessità di accettare il nostro destino in modo sereno e razionale, con una certa passiva rassegnazione. Va notato, però, che con la locuzione “Amor fati” di Nietzsche il destino viene caricato di un senso attivo e persino entusiastico. Per il filosofo tedesco, non solo occorre accettare ciò che accade, ma amarlo come parte necessaria dell’eterna vicenda della realtà. Così l’alternarsi incessante delle nascite e delle morti diventa per lui l’“eterno ritorno” o la “felicità del circolo”. “La mia formula per la grandezza dell’uomo – egli scrive – è nel non voler che nulla sia diverso. Occorre non solo sopportare ciò che è necessario, ma amarlo”. Ciò equivale a vedere la sofferenza, la perdita di persone care e le guerre come bene e necessità.
Attenzione. Se l’“Amor fati” significa accettazione serena di un destino ineluttabile, c’è qualcosa di simile anche nelle Sacre Scritture. Anche la Bibbia è convinta che esiste qualcosa di costante e di indubitabile: la certezza che Dio e il suo amore non possono venir meno e che tutto accade nel modo che la volontà di Dio ha stabilito. Per cui, a Nietzsche che afferma: “Ricordati che, nella vita, non ci sarà mai qualcosa di nuovo”, in quanto vita e morte, guerre e pace ci saranno sempre, la Bibbia risponde con le parole del Qoelet: “Ciò che è stato sarà e ciò che si è fatto si rifarà. Non c’è nulla di nuovo sotto il sole” (1,9). Ma aggiunge anche, con l’Apocalisse: “Dio tergerà ogni lacrima dai loro occhi. Non ci sarà più la morte, né lutto, né lamento, né affanno, perché le cose di prima sono passate” (21,4).
Ciò significa che, mentre per i pensatori pagani e per Nietzsche esiste solo la fatalità del circolo, nel Cristianesimo, invece, oltre il ripetersi ciclico dell’esperienza umana, c’è un Dio che spezza il cerchio, generando la diagonale della novità: “Ecco, io faccio nuove tutte le cose” (Apocalisse 21,5). La Bibbia, infatti, è radicalmente ottimista: crede nell’uomo, nella storia e punta sulla disposizione umana al cambiamento. È aperta al futuro: “E poi, secondo la promessa, noi aspettiamo nuovi cieli e una terra nuova, nei quali avrà stabile dimora la giustizia” (2 Pietro 3,13).
