ELEZIONI E SCANDALI

By Nicola Guiso
Pubblicato il 3 Luglio 2014

L’onda marcia di tangenti e di imbrogli provocata da politici (di destra, di centro e di sinistra), imprenditori, magistrati, alti funzionari dello stato, militari (in pensione e in servizio) che ha investito Milano (con l’Expo) e Venezia (col Mose) ha attenuato il dibattito sui risultati delle elezioni del 25 maggio e 8 giugno, sui quali anche noi però torneremo. Quei risultati infatti peseranno sul futuro del paese non solo perché fuori dell’ordinario (40,8% al Pd di Renzi; sconfitte di Fi e di Grillo; ridotti al lumicino i partiti e i movimenti che fanno capo ad Alfano, a Vendola e alla Meloni; 107 province su 110 al Pd, che ha strappato anche le regioni Piemonte e Abruzzo al centro-destra, e confermato il successo nel rinnovo dei consigli comunali di oltre 4000 comuni, tale anche considerati il crollo dei votanti nei ballottaggi e le sconfitte Pd di Livorno e Perugia). Ma soprattutto perché quei risultati pongono l’interrogativo se il successo del Pd di Renzi (il maggiore di un partito di sinistra dal 1946) sia effetto di movimenti profondi e duraturi nella società, con possibili effetti profondi, positivi e duraturi sul sistema politico-istituzionale. Oppure se quel successo sia soprattutto espressione di una decisa reazione della maggioranza democratica del paese al dichiarato filo-comunismo di Grillo, per il quale (lo ha detto in campagna elettorale) sino a ora i tentativi di realizzare il comunismo sono falliti solo “per errori” di politici e di governanti. Una vocazione al totalitarismo che il comico genovese ha confermato nel corso della campagna elettorale con atteggiamenti ultra autoritari, anche se mascherati da continui appelli alla “democrazia diretta” esercitata dal popolo. Lo stesso tipo di democrazia, peraltro, invocata da Lenin, da Stalin, da Mao e da Pol Pot (per non citare che gli esempi più illustri), capi comunisti che, nel secolo scorso, per realizzare il comunismo hanno contribuito in misura decisiva, con i dittatori fascisti, a coprire di cimiteri il pianeta. Torneremo dunque a riflettere sui risultati elettorali. Quanto all’ondata di scandali lombardo-veneti, credo sia nostro dovere proporre ai lettori la lucida chiave interpretativa della sua natura dell’origine e della sola efficace linea di intervento indicata dal magistrato di grande levatura morale e professionale, il pubblico ministero Carlo Nordio, che ha inferto il colpo decisivo al “comitato d’affari” veneziano. Lo stesso che già venti anni fa aveva dimostrato il proprio lucido e “imparziale” rigore verso i politici di ogni colore durante Tangentopoli. Per Nordio “la madre della corruzione non è solo l’avidità umana, ma la complessità delle leggi. Se devi bussare a cento porte invocando cento leggi diverse per ottenere un provvedimento è quasi inevitabile che qualcuna resti chiusa e qualcuno ti venga a dire che devi imparare ad oliarla. Alzare le pene, come si continua a fare, e contemplare nuovi reati non serve a niente. Per ridurre, se non eliminare, la corruzione, bisogna ridurre le leggi e individuare le competenze”. Queste chiare e coraggiose parole spiegano anche i pochissimi investimenti stranieri in Italia; e i politici, di ogni ordine e grado o colore, a cominciare dal presidente del Consiglio, dovrebbero meditarle prima di “sparare” proposte a effetto per combattere la corruzione. È  evidente che Nordio parte da dati di fatto incontestabili, che sarebbe poco definire manicomiali, come questi: Il codice dei contratti pubblici e il suo regolamento di attuazione contano 600 articoli. Entrato in vigore nel 2006 il codice è stato modificato 564 volte, e gli articoli sono stati oggetto di sentenze e di pareri amministrativi per 6000 casi. In Gran Bretagna gli appalti pubblici sono regolati da 100 articoli compresi in due codici; in Francia da un codice di 294 articoli che, entrato in vigore (come il nostro) nel 2006, è stato modificato una sola volta. Per contrastare in modo efficace la corruzione occorre, dunque, riflettere innanzitutto sui fatti richiamati da Nordio, anziché invocare a tutto fiato, per incantare la gente, manette e galera.

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