VALDASO PORTA DELLA DIETA MEDITERRANEA

TIPICITÀ E BIOLOGICO
di Piergiorgio Severini
Pubblicato il 4 ottobre 2014 20:23

Un intenso profumo di pesca assale il visitatore che, in estate, si addentra, partendo da Pedaso, in collina percorrendo la strada provinciale 238 in direzione di Force. Ad emanarlo sono le decine e decine di alberi da frutta, peschi soprattutto ma anche albicocchi e susini, che caratterizzano il paesaggio della Valdaso la quale, nel panorama frutticolo regionale,  rappresenta uno dei siti più importanti per il settore con il 70% della produzione marchigiana.

Fin dalla primavera la valle, che prende il nome dal fiume Aso che nasce a Montemonaco, si mostra dipinta di rosa, fucsia o rosso dei frutteti in fiore, che fa da contrappunto all’intenso verde della campagna dotata anche di appezzamenti di bosco, vigneti e orti. Un trionfo della natura e, pensando a una sana alimentazione dove l’ortofrutta svolge un ruolo determinante, la Valdaso non poteva non essere ammirata come una “porta della dieta mediterranea”, sebbene quest’ultima, negli ultimi tempi, sembra avere subito un taglio con la riduzione dei consumi di olio d’oliva, pesce, pasta e appunto di ortofrutta come rileva l’Agenzia regionale sanitaria impegnata a combattere l’obesità.

In questa zona la pesca trova condizioni ambientali particolari, che ne esaltano le peculiarità organolettiche e qualitative. I frutti risultano assai gradevoli al gusto, ricchi di vitamine e sostanze antiossidanti, indispensabili per il nostro organismo. Guardando intorno si ha la sensazione di come veritiero sia ciò che è stato scritto, cioè che nella società contemporanea europea sta crescendo la consapevolezza che vi sia una stretta connessione tra conservazione dei valori paesaggistici e la buona alimentazione. Come afferma Diego Mormorio nel suo volume fotografico dedicato ai paesaggi novecenteschi delle Marche “la storia di ogni paesaggio è strettamente legata all’identità della gente che lo ha creato, alla sua cultura alimentare alla quale non possiamo culturalmente rinunciare, soprattutto se in cambio di un’alimentazione industrialmente omologata e transgenica… Soltanto difendendo le diverse identità agroalimentari, si può entrare nella “globalizzazione” dei mercati senza esserne completamente schiacciati e  salvare l’agricoltura e i suoi paesaggi significa dunque investire sulla tipicità…”. E in quest’area di prodotti della natura tipici ce ne sono a iosa. Le cultivar prevalenti sono le pesche classiche a pasta gialla e le nettarine, comunemente chiamate pesche-noce, sia a pasta gialla che bianca. Non mancano le percoche, di norma usate per la conservazione in vaso o in scatola. Ultimamente la produzione della valle ha ottenuto il marchio “QM”, qualità garantita dalla Regione Marche mediante un rigoroso disciplinare di produzione, controlli e tracciabilità in ogni fase del processo che va dal trattamento delle piante fino alla vendita del raccolto. A sorvegliare che tutto proceda secondo i parametri della qualità vi è anche l’associazione Valdaso cui aderiscono 13 comuni, di cui 10 in provincia di Fermo e 3 in quella di Ascoli Piceno. Sono: Altidona, Campofilone, Carassai, Force, La-pedona, Montefiore dell’Aso, Monterinaldo, Monterubbiano, Monte Vidon Corrado, Moresco, Ortezzano, Pedaso e Petritoli. Interessante è anche la ricca sperimentazione culinaria che sta vedendo sempre più l’utilizzo della frutta della zona per la realizzazione di piatti originali e delicati: risotto, pasta, pizza e tiramisù alle pesche.

Aree a orientamenti colturali specializzati sono – oltre alla Valdaso – le valli del Metauro, dell’Esino, del Tronto e gli spazi pianeggianti costieri dove il principale tipo di frutta è la susina. Le mele rosa, poi, sono un’antica produzione coltivata da sempre nel territorio, in particolare tra i 450 e i 900 metri di altitudine: dalle aree precollinari fino alle valli appenniniche e ai versanti dei Monti Sibillini. Tra le tipicità si annoverano ancora la visciola di Cantiano, nel pesarese, una particolare ciliegia selvatica, di forma ovata e di colore rosso scuro che, per le sue doti di profumo e sapore, è l’interprete di una gamma incredibile di produzioni gastronomiche. Di rilievo la celebre amarena di Cantiano. Nel maceratese si trova il carciofo di Montelupone, varietà tardiva caratterizzata dall’assenza di spine e da qualità organolettiche uniche. Esso presenta foglie carnose di colore violaceo e un sapore morbido con contenuto tannico meno forte degli altri carciofi. C’è, inoltre, il trionfo della cipolla di Suasa coltivata nell’area di Castelleone di Suasa (Ancona) e di San Lorenzo in Campo (Pesaro e Urbino)

Negli ultimi mesi, inoltre, si sta espandendo la coltura biologica sia per la coltivazione della frutta sia per i prodotti dell’orto. Le aziende marchigiane che hanno scelto questo tipo di produzione sono 2.700 su 46 mila ettari, pari al 46% dell’intera superficie agricola regionale. In questo settore le Mar-che sono diventate un’eccellenza e non solo per quanto concerne la produzione ma anche per trasformazione, commercializzazione ed esportazione. Uno sviluppo altresì sostenuto dalle istituzioni. La maggiore concentrazione è visibile in provincia di Ascoli Piceno e in particolare lungo la fascia collinare-litoranea. Nelle altre province la maggiore presenza è riscontrabile nelle aree collinari interne. I dati relativi al biologico evidenziano che le principali superfici investite riguardano i foraggi, seguite da prati permanenti e da cereali e, per quanto riguarda le specie animali allevate, sono, nell’ordine, ovini, bovini ed avicoli. Poco presenti i suini.

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