INVITATI AL BANCHETTO DI DIO

di Mons. Antonio Riboldi
Pubblicato il 3 Ottobre 2014 12:56

Nella parola di Dio, di queste domeniche di ottobre, appare il grande desiderio del padre di averci con sé: prima come vignaioli, nella sua vigna – e lo dovremmo essere nella vita della sua chiesa – e poi con l’immagine accattivante dell’invito a partecipare al suo banchetto, paragonando così la fede a un vero incontro conviviale divino.

Ma è facile accettare tale invito? In apparenza sarebbe assurdo anche solo pensare di declinarlo – se non altro per il grande onore di essere stati scelti – ma nella realtà si rischia facilmente di preferire altro, che poco o nulla sa del banchetto celeste, forse perché quando cerchiamo anche solo di immaginare in che cosa consista il regno dei cieli, rimaniamo a corto di parole.

Forse a volte lo descriviamo lontano, perché lo riteniamo un luogo fuori della nostra vita terrena: un aldilà, che un giorno, forse, vedremo o una mèta che implica tante fatiche e crediamo impossibile da raggiungere. Alcuni poi lo considerano come una favola per i bambini o per i poveri, cui sono negati i paradisi della terra, come fosse giusto e ragionevole considerare paradisi quelli che l’uomo si costruisce, che alla fine si dimostrano ubriacature passeggere e, magari, anche dannose.

Ecco allora che Gesù prova a descriverci il regno dei cieli, nel suo stile immediato, annunciando le meraviglie di Dio, con il linguaggio dei semplici e degli umili: ci invita ad un banchetto, un invito che, se fossimo saggi, non dovremmo rifiutare. Eppure, lo sa bene il Signore, c’è chi rifiuta, preferendo i propri interessi: “andarono chi ai propri campi, chi ai propri affari”. Lo ha ricordato anche papa Francesco in un’omelia. Dimenticare il passato, non accettare il presente, sfigurare il futuro: questo è quello che fanno le ricchezze e le preoccupazioni.

È davvero impressionante la larghezza di cuore di Dio, che ci invita, direi con passione, nel convito del suo amore, le sue nozze, e non riusciamo a spiegarci il rifiuto di chi è invitato, dando la preferenza ad affari e campi. Sono tanti, troppi, quelli che anche oggi rifiutano l’invito. È la storia della superbia, della sufficienza dell’uomo, che riesce solo a vedere l’angolino del proprio io, illuminato da luci al neon, incapace di spalancare gli occhi sulla vastità del sole, che è il regno di Dio.

Come ha detto papa Francesco: “È la potenza dell’uomo al posto della gloria di Dio”. Questo è il pane di ogni giorno. Per questo la preghiera di tutti i giorni a Dio “Venga il tuo regno, cresca il tuo regno”, perché la salvezza non verrà dalle nostre furbizie, dalle nostre astuzie, dalla nostra intelligenza nel fare gli affari. La salvezza verrà dalla grazia di Dio e dall’allenamento quotidiano che noi facciamo di questa grazia nella vita cristiana.

Allenamento quotidiano degli ultimi, coloro che non hanno nulla o sentono di non aver nulla e, come i santi, non hanno paura a mostrare la loro povertà di spirito, ossia un cuore aperto a Dio e chiuso alla terra; a loro non pare vero di poter partecipare al banchetto del re e corrono di fronte all’invito: “Andate ai crocicchi delle strade e tutti quelli che troverete, chiamateli alle nozze”. Ma vi è una condizione che Dio pone: “Amico, come hai potuto entrare qui senza abito nuziale?”. Certamente la parabola, allora, venne rivolta ai principi dei sacerdoti, “chiusi” alla fede nel messia, ma oggi i poveri ai crocicchi delle strade siamo noi, che in lui abbiamo fede, ma a cui chiede, come disse a Lamezia Terme papa Francesco “qualcosa di essenziale: la veste nuziale, che è la carità, l’amore”.

Tutti noi siamo invitati a essere commensali del Signore, a entrare con la fede al suo banchetto, ma dobbiamo indossare e custodire l’abito nuziale, la carità, vivere un profondo amore a Dio e al prossimo. Scriveva il caro Paolo VI, presto beato: “Egli mi amò e diede se stesso per me”. Siamo inseguiti da questo ineffabile, irrefrenabile amore. Siamo così conosciuti, ricordati, assediati da questo potente e silenzioso amore che non ci dà tregua, che vuole a noi comunicarsi, che vuole da noi essere compreso, ricevuto, ricambiato. Tutto il cristianesimo è qui.

Il cristianesimo è comunione di vita divina, in Cristo, con la nostra. Se crediamo in questo mistero di fede, se entriamo nel cono di amore e di luce che esso lancia su di noi, come rimanere impassibili, inerti, distratti, indifferenti? L’amore vuole amore. Come non cercare in qualche modo di corrispondervi? Dobbiamo chiedere a noi stessi: cosa Gesù ci direbbe oggi? Quale raccomandazione ci farebbe? Lui che ci ha detto: Amatevi gli uni gli altri come io ho amato voi. Quel “come” ci dà le vertigini. Ci avverte che non avremo mai amato abbastanza. Ci avverte che la nostra professione di amore cristiano è ancora al principio. Gesù dice che è proprio Dio a far crescere il suo regno in noi, ma è un dono di Dio che dobbiamo chiedere, e lo chiediamo ogni giorno quando recitiamo il Padre Nostro: “Venga il tuo regno!”.

Assetati come siamo di gioia, di libertà, avendo tutto a portata di fede e di amore, potremo ancora chiedere al padre che cresca il suo regno dentro di noi, nella società e poi rivolgerci a “sorgenti di acque stagnanti”, che fanno stare solo male? Noi, che siamo gli invitati privilegiati dal padre, potremo ancora pregarlo e poi rifiutare l’invito, o sapremo, con il cuore libero da false e illusorie speranze, aprirci all’amore?

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