I RISPARMIATORI RISCOPRONO LA FINANZA ETICA

di Bruno Scarano
Pubblicato il 1 maggio 2016 10:59

 

Un modo di investire sui mercati finanziari che non guardi solo al rendimento atteso ma che tenga conto anche di altri valori. Ebbene, questo modo esiste: si chiama finanza etica, nome con cui è più conosciuta in Italia, detta anche finanza socialmente responsabile o Sri (dall’inglese socially responsible investment), finanza sostenibile o finanza Esg, (dall’inglese environmental, social and governance) perché basata su considerazioni legate alla dimensione ambientale, sociale e alla governance delle società quotate in Borsa.

La finanza etica, nata nei paesi anglosassoni, ha come missione quella di coniugare la ricerca del rendimento con l’affermazione di determinati valori. Infatti, il profitto tiene conto sia dell’impatto sociale che ambientale delle attività finanziate.

In che modo si concretizza questa attenzione dell’investimento verso fattori non economico-finanziari? Le modalità principali sono due e fanno riferimento alla tipologia dei criteri che la finanza etica utilizza: da una parte i criteri negativi, detti anche di esclusione; dall’altra i criteri positivi, o di inclusione. I primi escludono la possibilità di investire in imprese che appartengono a settori economici ritenuti controversi dal punto di vista sociale e ambientale. I secondi, invece, indirizzano l’investimento verso quelle società che hanno un’attività particolarmente attenta all’impatto sociale e ambientale provocato. A fare la differenza tra un fondo e l’altro è anche la presenza o meno di un comitato etico, che supervisiona l’operato del gestore. Ma anche la trasparenza sulla strategia e sul processo di selezione utilizzati. In alcuni casi può anche avere diritto di veto sull’ammissione nell’universo investibile di determinati titoli.

I fondi etici, dunque, si distinguono in modo sostanziale da quei fondi, solitamente indicati con il nome di “solidali”, che semplicemente devolvono parte dei rendimenti, o parte delle commissioni richieste ai sottoscrittori, a iniziative e progetti di solidarietà: la distinzione risiede appunto nel fatto che mentre nei fondi solidali la dimensione dell’eticità non incide sull’operato del fondo, cioè su come il fondo investe, nei fondi etici tale dimensione caratterizza invece profondamente le scelte d’investimento del fondo.

Alcuni fondi etici si appoggiano a un indice etico di riferimento, come ad esempio gli indici Dow Jones Sustainability Index o Ftse4Good, i più celebri a livello internazionale, oppure il nuovo indice etico Ftse Ecpi Italia Sri introdotto alla Borsa di Milano. Il loro obiettivo è quindi quello di replicare, nel loro portafoglio, la composizione del paniere dell’indice sopracitato.

La finanza etica fa parte della famiglia del risparmio gestito, cioè dei fondi comuni d’investimento a cui i piccoli risparmiatori, circa il 3% degli investitori, si affacciano per investire sui mercati con un approccio etico o socialmente responsabile.

All’interno della famiglia dei fondi etici, infine, sono poi compresi anche i cosiddetti fondi “tematici” o “settoriali”. Con questi termini si indicano quei fondi che investono solamente in un unico settore economico che considerano abbia determinate caratteristiche di responsabilità sociale (ad esempio le energie rinnovabili), oppure anche quei fondi che utilizzano un unico criterio socialmente responsabile d’investimento (ad esempio non investono in società che effettuano test sugli animali).

Quando si prende in considerazione la possibilità di investire in un fondo etico, quindi, è bene esaminare quali sono le caratteristiche specifiche in base alle quali un prodotto si definisce etico, cioè in quale strategia di gestione e quale processo d’investimento del fondo integrano degli elementi di responsabilità sociale o Esg. Al momento, infatti, non sono previsti dei requisiti specifici, validi per tutti, per un prodotto che intende porsi sul mercato con l’etichetta di etico. Proprio perché la questione dei controlli esterni e della trasparenza informativa è particolarmente sentita quando si parla di fondi etici, da qualche anno sono state emanate da Eurosif (il forum dei forum europei sulla finanza socialmente responsabile) delle linee guida sulla trasparenza a cui i singoli fondi etici possono aderire.

Il costo dei fondi etici

Vi sono essenzialmente due fattori che possono in linea di principio ridurre la performance economica di tali strumenti finanziari. Un primo elemento è il costo: un fondo etico potrebbe costare di più rispetto a uno tradizionale in quanto l’attività di screening potrebbe comportare una struttura di costi meno favorevole rispetto a quella dei fondi comuni ordinari. Il secondo elemento concerne la redditività degli investimenti stessi scelti dal fondo, che potrebbe essere compressa dai vincoli imposti al portafoglio. Sotto il primo profilo, la maggiorazione di costo potrebbe trovare la sua giustificazione nel fatto che, oltre alla tradizionale analisi finanziaria, è necessaria anche un’analisi etica al fine della valutazione dei titoli sotto il profilo specifico; tali maggiori oneri, praticamente certi, si realizzano spesso ricorrendo ad enti di controllo o certificazione quali il comitato etico o advisor esterni, che devono ovviamente essere remunerati.

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