“CON L’INDIPENDENZA HO PERSO I GENITORI…”

di Luciano Temperilli
Pubblicato il 3 novembre 2018 09:42

Salve, mi chiamo Martina e ho 24 anni. Le scrivo per lanciare un SOS in merito al rapporto conflittuale con i miei genitori… Per anni sono vissuta con loro, poi, dopo la maturità, ho scelto di andare a vivere da sola. L’idea era di proseguire gli studi ma di fatto cercavo di “fuggire” dal loro affetto, a volte veramente esasperante…. Persone meravigliose, però mi toglievano il respiro, mi sentivo costantemente osservata, spiata, imprigionata… Come dire, un affetto opprimente. Ecco, allora, la decisione di lasciare casa cercando di trovare una mia dimensione e imparando a fare le cose da sola. Dopo meno di un anno, però, ho lasciato l’università, oggi ho un lavoro part time e sinceramente il mio stato d’animo non è cambiato…  Prima, quando vivevo in famiglia, ero al centro di tutto, però mi pesava… Ora che mi ritrovo “libera” mi sento molto più fragile e soprattutto credo di aver compromesso il rapporto con i miei. La mia voglia di indipendenza, purtroppo, ha prodotto questo… Mio padre praticamente non mi parla più e mia madre non mi ha mai perdonato questo “distacco” mostrandosi fredda e anonima… Io ci sto malissimo, volevo solo rendermi indipendente e trovare una mia strada. Mi sento confusa e ho completamente smarrito la mia personalità. Dove ho sbagliato? Quali sarebbero le mie colpe? Cosa dovrei fare? Il Vangelo, se non ricordo male gli anni di catechismo, più d’una volta punta l’indice contro quei genitori che si fanno vincere dalla tentazione di instaurare una relazione di possesso con i figli… È così? Grazie

Quando sento di giovani che, per cercare la loro autonomia, escono o fanno fatica a uscire di casa mi ritornano in mente le immagini dei nidi degli uccelli dove i pennuti, quando hanno raggiunto il piumaggio, prendono il volo. Spesso sicuro e libero, a volte timoroso e incerto. Quello che ho trovato interessante è che i genitori assistono il volo e sostengono il piccolo ma non lo riportano nel nido. Credo che questo sia una specie di metafora della nostra vita e una legge naturale di tutti i viventi. Ognuno cerca la sua strada e, a un certo punto, vuole volare con le proprie ali. Normalmente, in questo passaggio, i genitori aiutano a raggiungere l’autonomia e gli uccelli, per rimanere nella metafora, volano nel loro cielo.

Per noi umani non sempre è così. A volte non si riesce a uscire dal nido perché non si hanno ali robuste per affrontare le burrasche della vita, a volte i genitori non incoraggiano il salto per paura del vuoto.

Anche nel vangelo c’è qualcosa di simile. Quando Gesù, a 12 anni circa, si reca a Gerusalemme e sparisce per tre giorni alla mamma angosciata rispose che doveva occuparsi delle cose sue (cfr. Lc 2,41-50). Aveva anche lui altri strade da percorrere e altri orizzonti da guardare. Quello che è interessante però è notare che la mamma non scompare, lo segue. Cioè a questo punto la madre segue il figlio e non il figlio la madre. Detto questo, però, mi è difficile dire (non potrei mai!) se la tua scelta sia stata giusta. Dovresti essere tu a esaminare te stessa e vedere se ha vinto l’insofferenza o l’autonomia e se ti sei butta dal nido con le ali robuste al punto giusto.

Fatto questo breve esame di coscienza quello che posso dirti ora è di avere pazienza. Certe ferite si curano col tempo e con la tenerezza. Fai tu sempre il primo passo per dimostrare che per te i genitori sono sempre importanti e così, lo spero, si potrebbe sciogliere l’amarezza del distacco.

Vorrei chiudere con una storia vera. Ho conosciuto un giovane che volendosi farsi religioso ha incontrato l’opposizione dura dei genitori. Batti e ribatti. Litigate e musi lunghi. Chiusure e ricatti affettivi. Arrivati al dunque, però, hanno detto: vai per la tua strada ma la porta di casa è sempre aperta, se vuoi tornare. Il giovane è andato per la sua strada ma sapeva che aveva una casa nel cuore dei genitori. Dovrebbe essere sempre così per tutti i figli.     temperilli.luciano@tiscali.it

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