E SE FOSSE AMORE? CROCE…VIA DELL’AMORE

By Gabriele Cingolani
Pubblicato il 30 Gennaio 2018

Un globo sormontato dalla croce con la scritta: Sta ferma la croce mentre il mondo continua il suo corso. Stat crux dum volvitur orbis. È lo stemma dei certosini dal dodicesimo secolo. Efficace come linguaggio delle immagini, per dire che la croce si staglia netta nel vorticare della vicenda umana. Analogo alla croce bianca su sfondo nero dentro un cuore con la scritta Passione di Gesù Cristo nello stemma dei passionisti e di san Gabriele loro esemplare, per dire che la croce è anche radicata nell’intimo di ogni persona. I due emblemi affermano che c’è un rapporto stretto tra la croce di Cristo e la condizione umana.

L’umanità s’è messa in croce fin dall’inizio, quando la prima coppia ha messo in atto la libertà per sbarazzarsi della dipendenza da Dio invece di usarla come risposta d’amore all’amore ricevuto. Si chiama peccato originale non solo perché fu il primo, ma perché resta all’origine di ogni peccato anche oggi.

Così l’essere umano è restato in balia dei propri limiti, aggravati dalla ferita del peccato. Da qui derivano le croci della condizione umana, anche se non si chiamavano con questo nome finché il Figlio di Dio non si è fatto uomo, ha condiviso le nostre croci fino a morirci sopra, per dare un senso a quel che a noi appare senza senso. Il fatto che Dio diventi uomo nella condizione dolorosa in cui si è ridotto, dimostra che non è lui la causa delle nostre croci.

Nella prima fase della rivelazione, le manifestazioni della condizione umana crocifissa – schiavitù, sciagure cosmiche, ingiustizie, guerre, violenze, malattie, difficoltà di rapporti – erano considerate punizioni di Dio per i peccati dei singoli o del popolo. Dio invece intendeva invitare l’umanità a comprendere che egli perdonava il peccato, mentre l’accoglienza umile e amorevole delle sue conseguenze diventava materia di un nuovo rapporto d’amore che egli avrebbe stabilito nel suo Figlio incarnato, morto e risorto.

L’uomo-Dio Gesù di Nazaret sperimenta come noi le conseguenze del peccato, ci insegna a chiamarle la croce di ogni giorno e soprattutto ci dimostra che non bisogna considerarle sfortuna, disgrazie o punizioni, ma realtà da vivere in modo positivo. Non come rinnegamento della dignità umana, ma come sua piena realizzazione. L’umanità deve impegnarsi per superare o rendere più lievi le situazioni di dolore, ma senza presumere di rimuovere la consapevolezza del limite umano. Gesù invita a portare la croce non solo dietro di lui ma come lui, cioè dando ad esse il nuovo senso con cui egli le accetta e le vive: la scelta libera e l’atteggiamento di amore. Scegliere liberamente ciò che è inevitabile – difficoltà quotidiane di lavoro e rapporti, invecchiare, morire – e viverlo come atto d’amore alla vita, agli altri, a Dio che sempre ci avvolge nel suo amore di Padre.

Lo stesso vale per le tensioni sociali e i conflitti che ne derivano. Gesù accetta di morire vittima della violenza, perché la sua morte riporti la pace non solo nel suo popolo ma come salvezza universale. Afferma che non c’è amore più grande che dare la vita per gli altri. Con le sue parole e le sue scelte dimostra di preferire gli altri a se stesso. Risuscitandolo dai morti, il Padre proclama che quello è il senso della vita umana secondo il  piano da lui pensato dall’eternità.

Comments are closed.