DIMMI CHI AMI E TI DIRÒ CHI SEI

By Mons. Antonio Riboldi
Pubblicato il 4 Novembre 2015

Non è facile ai nostri giorni, ma credo sempre, se leggiamo con sapienza la storia, sapere chi sta al primo posto nella graduatoria del nostro amore, ossia quale risposta daremmo alla domanda: “Chi sta al primo posto nel tuo cuore, tanto da essere il vero tesoro della vita?”.

Un giorno rivolsi questa domanda a un gruppo di adolescenti. Le risposte riflettevano perfettamente quello che più conta per loro. Chi mi diceva la mamma; chi, pochi, papà o i fratelli, gli amici, e sono già risposte buone. Ma quando al “chi ami di più” sostituii “cosa ami di più, ossia cosa credi ti possa rendere felice per sempre, nella vita e dopo?”, le risposte furono la fotografia di quanto, a volte, sbagliando, il mondo propone: essere il più ricco, il più importante, un grande atleta, e via dicendo.

Viviamo nel tempo dell’immagine, in cui, nonostante i tanti drammi che travagliano moltitudini di nostri fratelli e che dovrebbero vederci coinvolti responsabilmente con tutta la carica della nostra umanità, troppi si affannano unicamente su tre ambizioni: l’apparire, ossia il farsi notare, diventare quindi uno che si afferma nell’immaginario collettivo. Come è facile, ambizioso e vuoto poter dire: “Sono stato in tv, mi hai visto?”, per poi aspettarsi da tutti adulazione! È un dare “sostanza” più a quello che appariamo, che a quello che veramente siamo.

Vi è poi l’apparire dato dall’avere, dall’ostentare la ricchezza, che, quando è solo egoismo senza solidarietà, è un grande male: Guai a voi ricchi! diceva Gesù. e infine la corsa al potere, non considerato come via al servizio, ma come sopraffazione sugli altri, salvaguardia dei propri interessi personali e non azione rivolta al bene comune. Da qui nasce la questione morale, di cui tanto si sente parlare in questi ultimi tempi, da parte di molti politici, anche in seguito a tanta corruzione registrata ai più alti livelli.

Davanti a tanta vanità, che si nota oggi, come in ogni tempo, viene da chiedersi: “Ma perché ci si lascia attrarre così tanto da così poco?”. Abbiamo tutti l’esigenza di dare un senso alla vita, tanta fame di amore e non sappiamo volgere gli occhi dove nasce l’amore, ossia verso il Padre. Eppure la strada della vita, per tutti, è farsi inebriare dall’amore del Padre e poi riempire i fratelli, a partire da chi non conosce più l’amore e si sente solo o sofferente, di quello stupore che solo l’amore subito dona. Un’anima, in cui non ha sede il Padre, ha la freddezza insopportabile di una casa vuota, abbandonata! Ma c’è ancora la ricerca di Dio? Che posto occupa in noi? Eppure nessuno più di lui ci vuole bene. È il solo che sa amarci immensamente ora e, soprattutto, “dopo”. Il resto scompare, come tutte le cose di questo mondo. O meglio tutto, dalla salute ai soldi, a quello che vogliamo, dovrebbe essere solo un mezzo per dire in mille modi: Dio ti amo.

Ho avuto la grande fortuna di avere vicino, nei miei passi di cristiano, persone che, come parlavi loro di Dio, si illuminavano, come quando a un giovane innamorato si parla della sua sposa. Vorrei averla io la gioia di questi santi, che il mondo non capisce, ma ammira. Sant’Agostino fu un vero maestro in questo e nelle Confessioni così si rivolge a Dio: “Che cosa sono io per te, perché tu voglia essere amato da me, al punto che ti inquieti se non lo faccio e mi minacci severamente? Come se non fosse già una grossa sventura non amarti! Dimmi, ti prego, Signore Dio misericordioso, cosa sei per me? Di’ alla mia anima: Io sono la tua salvezza. Dillo che io ti senta… Riconoscerò questa voce e così ti raggiungerò, ma tu non nascondermi il tuo volto; che io muoia per non morire e contemplarlo. La casa della mia anima è troppo angusta, perché tu possa entrarvi, dilatala tu. È in rovina, restaurala tu. Contiene cose che ti ripugnano, lo so, non lo nego. E a chi se non a te griderò: purificami dalle mie colpe nascoste. Credo ed è per questo che parlo, Signore, tu lo sai”.

È il primo passo da compiere: riconoscere la nostra insufficienza, il nostro essere peccatori e poi occorre che ognuno si ponga la domanda fondamentale, cercando una risposta seria e umana: “Che senso ha nascere, morire, come fossimo una cosa, e non un uomo uscito dalle mani di Dio?”.

Noi risorgeremo, ce lo ricorda la solennità di tutti i Santi che si celebra in questo mese di novembre: il nostro nascere e vivere non è vano! Scriveva il caro Paolo VI: “Quel che facciamo ora ha una ripercussione nell’eternità! Di qui il peso e il valore della nostra vita presente. Le nostre azioni ci seguono: diventano perciò di una importanza enorme. Bisogna pesarle e considerarle appieno; occorre essere perfetti, essere santi. Ogni azione, infatti, ha la sua portata al di là del tempo; incide non nel vuoto, ma nel nostro essere. Saremo di fronte a Dio, quali ci stiamo plasmando con la nostra volontà, con le nostre virtù” (2 nov 1965).

Dio, creandoci, ha come disegnato una via alla santità per ognuno, meravigliosamente diversa da ogni altra, ma tutte convergenti allo stesso scopo: essere santi, cioè “nuova creatura in Cristo”. Vivere e gustare Dio non è prerogativa solo di qualcuno, ma è possibile per ciascuno di noi, perché questa è la volontà di Dio. Per ciascuno, là dove siamo e con la vocazione a cui lui ci ha chiamati nel mondo.

 

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