di Charlotte Wood, traduzione di Manuela Francescon,
Fazi Editorepp. 247, euro 18,50
Nella letteratura occidentale i topi annunciano spesso una fine: dell’innocenza (Steinbeck), della morale (Orwell), dell’umanità (Spiegelman, ma anche Camus). Viene naturale chiedersi cosa rappresentino in Devozione, dove compaiono con una pervasività vorace, a tratti inquietante. Si riproducono e corrono senza sosta nel convento di clausura, immerso in una sospesa Australia rurale, dove la protagonista ha scelto di ricominciare, lasciandosi alle spalle il lavoro e il marito. Divorano le scorte nelle credenze, i tessuti isolanti degli elettrodomestici, persino la plastica dei contenitori; in mancanza d’altro, mangiano altri topi. Eppure, per quanto ossessiva, la loro presenza resta sullo sfondo; al centro c’è la voce narrante, che alterna la quiete di una quotidianità fatta di gesti semplici e appaganti al riaffiorare di un passato inquinato dal dolore. I topi finiscono allora per incarnare forse la lenta erosione di una vita precedente: una fine che, nel romanzo di Charlotte Wood, coincide anche con la possibilità di un nuovo inizio.
