DEMOCRAZIA E PARTITI

By Nicola Guiso
Pubblicato il 31 Ottobre 2013

Una sana democrazia rappresentativa si fonda su grandi partiti, apprezzati dai cittadini soprattutto per la capacità di cogliere, di interpretare e tentare di appagare le esigenze prioritarie del paese. Capaci inoltre, in maggioranza o all’opposizione, di soddisfarle nella misura imposta dalle risorse realmente disponibili, che i poteri pubblici dovranno reperire secondo equità dai diversi soggetti, e spenderle (senza sprechi, e soprattutto senza ruberie) in programmi che rispondano a quelle esigenze. Ma per essere una efficace cerniera tra la società e le istituzioni, un partito deve saper creare le condizioni di una vita interna caratterizzate dal continuo e libero confronto di idee sul modo migliore di essere e di operare rispetto ai problemi vitali del paese; e dal favorire (a ogni livello) la formazione e il costante ricambio della sua classe dirigente, legittimata dal consenso (il maggiore possibile) dei militanti e degli elettori. Così che sia sempre in grado di saper cogliere anche il valore delle trasformazioni e delle esigenze nuove della società e delle istituzioni, adeguando ad esse i propri programmi e le proprie azioni.

Quanto al ricambio della classe dirigente, è opportuno ricordare che nelle più mature democrazie è una rarissima eccezione che il leader e il gruppo dirigente di un partito che escano sconfitti in elezioni politiche generali, o che comprendano di aver completato il proprio ciclo di impegno, restino alla ribalta nelle istituzioni e alla guida del partito. Lo prova, per esempio, il fatto che i presidenti degli Stati Uniti, i primi ministri e leader dei partiti di Gran Bretagna, Germania, Francia, Spagna, Scandinavia, Benelux, si comportano in questo modo. Solo in Italia leader e gruppi dirigenti di partito sono eterni; sembrano corroborati allo stesso modo da vittorie e da sconfitte elettorali, e non risentono di trasformazioni, anche radicali, della realtà interna e internazionale.

Questi fatti sono tra quelli che hanno maggiormente contribuito a innescare e ad aggravare la crisi politica, istituzionale, economica e sociale che da molti anni pesa sull’Italia. Non è possibile, infatti, contrastarla con la necessaria determinazione, concretezza e tempestività nel parlamento (in maggioranza o all’opposizione), dal governo e nel paese, quando le maggiori forze politiche sono in stato comatoso o confusionale, e abbiano toccato il minimo storico nella considerazione dei cittadini, come prova la rapida crescita dell’astensione polemica alle elezioni politiche. Sottolineo polemica, perché in molte democrazie mature si pratica anche una astensione che esprime sostanziale fiducia nell’operare a vantaggio del paese di chiunque vinca.

In Italia il Pdl (o Forza Italia che sia) sembra paralizzato dal peso di ripensare se stesso e di riconsiderare i problemi del paese e delle istituzioni fuori dagli schemi che, da 20 anni, gli ha imposto la forte personalità di Berlusconi, certamente al tramonto come leader.

Il Pd vive una stagione convulsa e contraddittoria, per la carenza di chiari e condivisi riferimenti culturali e programmatici adeguati alla natura e consistenza dei problemi italiani ed europei; condizione aggravata  dalla spregiudicata concorrenza a sinistra di Vendola e di Grillo. Il Movimento 5 Stelle comincia a patire la difficoltà di conciliare la sua forza parlamentare ed elettorale (che ha, ovviamente, suscitato anche aspettative “concrete” tra suoi elettori e suoi eletti, in ordine ai travagli quotidiani dei cittadini) con gli indirizzi visionari, e sostanzialmente antidemocratici, di Grillo e di Casaleggio.

I tre partiti infine (per carenza o assenza di forti e razionali motivazioni ideali, culturali e programmatiche) hanno quali propellenti delle proprie azioni soprattutto l’avversione ideologica, il discredito e il rancore, verso gli attuali e i potenziali avversari.

Non è piacevole dover scrivere queste cose, ma sarebbe pericoloso non valutarle come reali, e in modo adeguato.

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