Dietro ogni adozione si nascondono dolorose esperienze di fallimento, perdite, abbandono e sterilità. Nelle società contemporanee dei paesi industrializzati, le donne si sposano sempre più tardi, quando la fertilità è già più debole. Una sfida per la comunità cristiana.
Non è facile affrontare una situazione in cui una giovane coppia aspetta un bambino che non arriva. Dal punto di vista medico, si parla di sterilità dopo un anno di tentativi falliti. I coniugi devono liberarsi dal senso di colpa e di inadeguatezza, spesso con l’aiuto degli esperti, e elaborare il lutto per il figlio mancato che può mettere a rischio la serenità e la stabilità della coppia.
Il bambino abbandonato porta con sé, più o meno consapevolmente, tracce profondamente impresse nella sua psiche che segnano negativamente la sua vita. La mancanza di sicurezza affettiva può generare insicurezza e difficoltà relazionali successive. Tali traumi possono ripercuotersi negativamente sul futuro matrimonio del bambino. “La propria infanzia e la propria adolescenza vissute male sono terreno fertile per crisi personali che finiscono per danneggiare il matrimonio” (papa Francesco, Amoris laetitia, 239).
L’adozione e l’affido, pur riconoscendo il dolore degli sposi per non avere figli propri, sono motivati nella prospettiva della fede cristiana dall’intenzione di dare una famiglia a un bambino che non ne ha. I genitori riflettono la paternità di Dio e si pongono in un atteggiamento ministeriale. L’esperienza umana dell’adozione e la fede che parla della nostra condizione di figli adottivi di Dio si illuminano a vicenda (cf. Rm 8,15). Genitori si diventa non solo generando, ma anche adottando un bambino. “La scelta dell’adozione e dell’affido esprime una particolare fecondità dell’esperienza coniugale” (Amoris laetitia, 180). In questa fecondità allargata, la povertà degli sposi e del bambino abbandonato si trasforma in una ricchezza reciproca.
