CORRI CAVALLO, SAMARCANDA NON È LONTANA…

il punto
By Stefano Pallotta
Pubblicato il 2 Luglio 2017

L’Abruzzo regione verde d’Europa. Terra di parchi e di bellezze naturali dove scorrono ruscelli con acque incontaminate. Questo è il mito: la realtà è diversa. L’Abruzzo è una regione ricca di ogni sorta di risorsa naturale, ma l’uomo la sta rendendo terra di disastri veri, presunti e annunciati. Cosa altro deve accadere ancora perché le istituzioni comincino a mettere seriamente mano alla prevenzione e alla sicurezza dei loro amministrati, dei cittadini, della gente comune che sempre meno riesce a trovare spazi di rappresentatività del proprio vissuto esistenziale?  I terremoti: si è detto che non sono loro che fanno i morti, ma le case costruite male. Le neve: altro che risorsa turistica, ormai è diventata fonte di angosce e paura per le genti di montagna, dopo quello che è accaduto lo scorso inverno. Le valanghe: ormai in Abruzzo possiamo classificarle come catastrofi naturali al pari dei terremoti.  I fiumi: una volta rimandavano alle rime del Canzoniere (Chiare, fresche et dolci acque), oggi quelle stesse acque sembrano volentieri accordarsi con endecasillabi sciolti, nel senso che le acque dei nostri fiumi sono diluite con sostanze che al solo nominarle anestetizzano la stessa capacità di reazione delle persone: toluene, etilbenzene, xilene, tetracloroetilene, cloroformio. Al confronto i poveri nitriti, nitrati e ammonio fanno la figura di ricostituenti.

Stiamo esagerando? Proviamo allora a pensare ai micidiali veleni interrati, per anni, ai margini dei fiumi che a Bussi hanno la loro confluenza. E cosa dire di quanto accaduto qualche settimana fa per le acque del Ruzzo captate sotto il traforo e i laboratori dell’Infn del Gran Sasso? Cinquecentomila persone tenute con il fiato sospeso per alcuni giorni senza sapere se poter bere l’acqua che sgorgava dai rubinetti delle loro case. Inquinata o non inquinata? Potabile o no? Asl contro Arta. Tutti contro tutti e in mezzo l’ignaro cittadino che ha consegnato nelle mani delle istituzioni la propria sicurezza. Almeno per l’acqua. C’è però chi nega, chi dice che quell’acqua è stata sempre potabile. Che volete che sia l’odore di benzina: bazzecole, quisquiglie, pinzellacchere avrebbe detto Totò.

Come fidarsi ancora delle istituzioni di fronte a questi ping-pong di responsabilità? Da parte delle autorità, quello di minimizzare il rischio è una sorta di riflesso condizionato: prima di tutto negare, poi si vedrà. Come possono centinaia di miglia di persone continuare a vivere con la rassicurazione del mito (Abruzzo regione verde d’Europa) e, di conseguenza, con l’ineluttabilità del destino cinico e baro.

Forse, tutti dovremmo riascoltare quella bella canzone di Roberto Vecchioni (Samarcanda) che sembra una filastrocca per bambini ma è un’autentica lezione di come le catastrofi possano essere evitate invece di correre loro incontro, come scrive Mario Tozzi nel suo libro Paure fuori luogo, Einaudi, 2017. Chi teme un disastro raramente lo subisce.

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