Spesso siamo coinvolti, indipendentemente dalla nostra volontà, in azioni le cui finalità contrastano in modo lieve o grave con i valori cristiani. Come orientarsi e comportarsi correttamente in queste situazioni?
Nell’ambito della sanità, dell’amministrazione pubblica e nel variegato mondo dell’economia spesso emerge la domanda se sia lecita e a quali condizioni la cooperazione al male. Per esempio un aborto interpella molti: un infermiere, un medico di laboratorio o un dipendente di un ospedale in che misura è responsabile per l’eventuale soppressione di una vita umana nascente? Sono molte le occasioni simili.
Non è facile affrontare situazioni del genere, perché spesso non è in nostro potere di cambiare in modo significativo le condizioni socio-economiche, politiche e culturali in cui viviamo. Eppure il cristiano deve testimoniare l’amore di Cristo secondo le parole di Gesù: “Voi siete la luce del mondo…” (Mt 5,15-16).
La tradizione cristiana ha elaborato dei criteri per la valutazione della partecipazione spesso sofferta all’atto immorale di altri. La collaborazione “formale” al male costituisce sempre un peccato, perché concorda con la finalità cattiva dell’atto. La collaborazione solo fisica o “materiale”, se è essenziale all’esecuzione dell’atto e pertanto viene chiamata immediata, è peccato pure come il caso di un anestesista considerando che la sua collaborazione è indispensabile per eseguire un aborto chirurgico. Il detto popolare seguente esprime la stessa convinzione morale: “È ladro chi ruba e chi tiene il sacco!”. Una collaborazione materiale mediata, invece, che concorre solo concorre a porre le condizioni dell’esecuzione in modo più indiretto può essere lecita in certe situazioni. Nel caso dell’aborto il servizio del medico di laboratorio e quello dell’infermiere che accudisce tutte le pazienti del reparto risulta una collaborazione eticamente buona.
