CON DIO NON RECITO

INTERVISTA A GIANCARLO GIANNINI
By Gino Consorti
Pubblicato il 29 Dicembre 2014

“LA FEDE CE L’HO DENTRO – AFFERMA IL FAMOSO ATTORE, DOPPIATORE, REGISTA, SCENEGGIATORE, DOCENTE DI RECITAZIONE E AUTORE DI UN BELLISSIMO LIBRO AUTOBIOGRAFICO – È UNA COSA CHE NON SI PUÒ SPIEGARE PERÒ MI DÀ UNA FORZA INCREDIBILE. TI COLLOCA SU UN PIEDISTALLO PER CUI TI VA BENE TUTTO, NESSUNA AVVERSITÀ RIESCE A CAMBIARTI… DOPO LA MORTE DI MIO FIGLIO LORENZO È STATA DECISIVA…” Benvenuto nel mio ufficio… Sì, hai capito bene, questo è il mio ufficio, tra la gente, i rumori delle auto, gli affanni della quotidianità, il vento che ti accarezza la faccia, gli sguardi di una società che va sempre più di corsa…». Sono seduto a un tavolo esterno del bar di una famosa piazza in un quartiere elegante di Roma. Insieme a me c’è Giancarlo Giannini, attore, doppiatore, regista e sceneggiatore. Un personaggio semplicemente fantastico. Qui, in pratica, ha scritto il suo bellissimo libro Sono ancora un bambino (ma nessuno può sgridarmi), Longanesi, pp.285, euro 16,40. Qui visiona copioni, legge sceneggiature, incontra amici e compagni di lavoro. Qui, con grande simpatia e cortesia, ha dato appuntamento anche a me in un pomeriggio romano contrassegnato da una pioggia torrenziale… L’acqua, che nel corso della nostra lunga e piacevole chiacchierata ha allagato la piazza, ci sfiora quasi i piedi. Lui, però, quasi non se ne accorge. E io con lui. È cosi preso a raccontare il suo mondo e la sua vita. Ha proprio azzeccato il titolo del libro. Giannini, infatti, con i suoi 73 anni da compiere il prossimo 1° agosto, ha dentro la passione, la gioia, la curiosità di vivere e di scoprire sempre cose nuove. Proprio come una ragazzino. Sa benissimo che la persona umana non è soltanto intelligenza e ragione, l’uomo ha bisogno di amare e di essere amato. Ecco, allora, che s’interroga continuamente, si fa tante domande, pone interrogativi a sé e agli altri. Su tutto: sul significato della vita e della morte, sui valori ultimi, sulla natura del progresso. Le durezze dell’esistenza lo hanno ferito, ma lui non si è mai arreso. Neanche quando, nel giro di un respiro, ha perso un figlio ventenne, Lorenzo. Roba da frantumare l’esistenza. Lui, però, con grande dignità e responsabilità ne è uscito fuori. Come? Ha saputo ascoltare la voce di Dio con il cuore.

Descrivere nel dettaglio la vita professionale di Giancarlo Giannini mi è praticamente impossibile. Non ho lo spazio a sufficienza e soprattutto rischierei, anzi certamente lascerei per strada aspetti e circostanze meritevoli di essere evidenziati. Ecco, allora, che mi limito  a ricordare che nel 1977 ha sfiorato l’Oscar ricevendo una nomination come migliore attore nel film capolavoro Paqualino Settebellezze. Ha fatto incetta di premi prestigiosi, come ad esempio il Globo d’oro, una stella sulla Italian Walk of Fame di Toronto, il Nastro d’argento, il David di Donatello, migliore interpretazione maschile al Festival di Cannes e a quello Internazionale del Cinema di San Sebastian. Ha lavorato con i più grandi registi italiani e internazionali, da Francis Ford Coppola a Luchino Visconti, da Lina Wertmüller a Mario Monicelli, da Ettore Scola a Rainer Fassbinder e Ridley Scott. Ha fatto parte del cast di moltissimi film di successo fra cui Il profumo del mosto selvatico, Hannibal, Man on Fire e due episodi della saga di 007, Casino Royale e Quantum of Solace. Ha lavorato con attori e attrici vere e proprie icone della cinematografia. Ha portato in giro in tutti i teatri europei il suo Romeo raccogliendo successi straordinari, come i 45 minuti di applausi al Burggtheater di Vienna. Ha prestato la voce come doppiatore a tanti giganti del cinema quali ad esempio Al Pacino, Jack Nicholson, Dustin Hoffman, Mel Gibson, Ryan O’Neal, Gerard Deperdieu, Michael Douglas, cimentandosi anche nei videogiochi con il personaggio Raul Menendez. Ha firmato performance indimenticabili in televisione e in teatro, e anche dietro la macchina cinematografica ha saputo farsi apprezzare, nonostante una certa critica, a mio avviso poco “lucida”. Come nel caso della pellicola Ti ho cercata in tutti i necrologi, un film che meritava ben altra considerazione. Ma il genio di Giannini non si esaurisce qui. Tante e fantasiose, infatti, sono le sue invenzioni elettroniche, come ad esempio il giubbotto zeppo di gadget che Robin Williams indossa in Toys-Giocattoli. Sin da ragazzo Giannini ha coltivato la passione per l’elettronica e il volo. L’aeromodellismo, poi, gli ha insegnato il piacere dell’attesa, della pazienza, del dubbio. A Napoli, dove per lavoro la sua famiglia si era trasferita dalla Liguria, era diventato perito elettronico e la sua esistenza aveva già staccato un biglietto per il Brasile. Lì, nella terra del sole e dell’allegria, aveva ricevuto una proposta di lavoro molto allettante: avrebbe lavorato nella ricerca sui primi satelliti artificiali. Il destino, però, aveva in mano un altro biglietto con destinazione… Accademia di arte drammatica di Roma. E sempre nella capitale, oggi, a distanza di oltre 50 anni, ricopre l’incarico di docente responsabile del corso di recitazione della Scuola nazionale di cinema del Centro sperimentale di cinematografia.

A questo punto credo sia arrivato il momento di dare voce a questo straordinario interprete a tutto tondo. Un personaggio di assoluto spessore con una storia affascinante. Un eterno ragazzo dalla faccia vissuta e lo sguardo sciupato che ha deciso di sfogliare insieme a me l’album dei ricordi. E soprattutto di aprire il suo cuore senza camuffamenti e ipocrisie.

Prendendo per buono il titolo del godibilissimo libro, come mai il “bambino” Giannini ha avvertito la necessità di fare un bilancio della sua vita?

La richiesta di raccontarmi per la prima volta mi è arrivata quarant’anni fa in America, tra l’altro mi pagavano anche tanto. Risposi di no, non mi è mai piaciuto raccontare le mie storie, la mia intimità. Anche perché lo fanno altri al posto mio… Basta andare in internet e scrivere il mio nome, esce di tutto. Dalle date, a volte anche sbagliate, ai minimi dettagli della mia esistenza. Pensa che ci sono persone che addirittura si spacciano per me…

Perché questa tua ritrosia?

Non lo ritengo interessante. Ci sono i miei film, se volete conoscermi o cercare di capire la mia anima vedeteli e commentateli come meglio vi pare. Io ci ho messo il massimo della mia conoscenza, della mia esperienza, della mia attenzione. Lì, però, non sono io ma quel fantasma che racconta delle favole… Poi cos’altro c’è da sapere? Che sono una persona come gli altri che ascolta la musica e mangia gli spaghetti? Ecco perché non ho mai voluto scrivere una biografia nonostante fossero in tanti a chiedermelo…

Questa volta, allora, cosa ti ha fatto capitolare?

Ho fatto un film che non ha capito nessuno, Ti ho cercata in tutti i necrologi. Mi è costato un sacco di soldi ed è ispirato a una storia veramente accaduta.

A cosa ti riferisci?

Alla caccia all’uomo dietro pagamento… Lo fanno in Africa ed è una cosa terribile. Pensa che in Canada, dove ho girato il film, è apparsa su internet la proposta di un tizio che per 20 mila dollari canadesi si offriva come preda… In Africa, quarant’anni fa, i ricchi annoiati dalla caccia agli elefanti e ai leoni, pagavano l’equivalente di un milione di vecchie lire alla preda di colore…

Allucinante…, ma questo cosa c’entra con la decisione di raccontare la tua vita?

Adesso ci arrivo… Come ti dicevo il film me lo hanno distrutto, però tra tante critiche negative ho scovato un articolo bellissimo. Portava la firma di Gabriella Greison, colei che mi ha aiutato a pubblicare questo libro. Ha scritto un qualcosa che è anche meglio di quello che io pensavo del film, ha capito tutto. A quel punto mi ha proposto di fare qualcosa con Longanesi sulla mia vita. Li ho incontrati prima a Roma e poi a Milano, però alla fine ho detto di no.

Un altro rifiuto?

Sì, non avevo proprio voglia… Siccome però negli incontri, come spesso mi capita, avevo parlato tanto mi hanno fatto notare che se avessimo registrato il tutto già metà libro sarebbe stato pronto…  Dopo averci pensato sopra e chiesto “libertà” di argomenti e contenuti, mi sono arreso. Avevo trovato la persona giusta di cui mi potevo fidare.

A tuo avviso qual è la differenza tra scienza e religione?

Per me sono un tutt’uno. Adoro l’uomo per come è stato creato ed è strano sentir ripetere dallo scienziato di turno la solita frase: Se non vedo non credo, proprio come san Tommaso che voleva toccare… Invece non è così, la vita sarebbe troppo semplice. Ho voluto realizzare il mio film in Arizona proprio perché in quella terra forte e arida ho scoperto una dimensione straordinaria dove si avverte magicamente l’uomo nella sua potenza di pensiero. Avere un rapporto con l’orizzonte e con lo spazio è un qualcosa di catartico. Avverti un incredibile senso di mistero che ti appaga.

E quella tra il bene e il male?

È difficile rispondere a questa domanda…, direi che sono due facce della stessa medaglia. Il bene e il male ce li abbiamo dentro tutti, è l’essere o non essere di Shakespeare. Noi abbiamo una capacità straordinaria che è la curiosità, la voglia di conoscere. In questo percorso di conoscenza, dunque, incontri di tutto, anche il male. Ad esempio quello che ti ruba un’idea, come è capitato a me, oppure ti mette il bastone tra le ruote nel lavoro e nella vita. Dentro di lui, però, alberga il male perché nessuno gli ha insegnato che potrebbe sostituirlo con il bene. In quel modo avrebbe più fiato, cioè una vita serena e libera.

Cosa ti incuriosisce del dubbio?

È il motore di tutte le cose. La mente umana ci ha donato fantasia e il piacere della solitudine. L’uomo è molto di più di quello che apparentemente sembra, quindi mi piace curiosare, pensare. Ciò che mi porterò nella tomba è il pensare alla gravità, allo spazio, al tempo.

Le grandi passioni per l’elettronica e il volo coltivate sin da bambino. Poi, però, sei finito davanti e dietro una telecamera…

È stato un caso. Devo tutto a Mario Ciampi, il mio vero maestro. Un impiegato comunale napoletano con una grande passione per il teatro. Era stanislavskiano e ogni sera lui e i suoi amici si radunavano in un piccolo teatro mettendo in scena alcune commedie di Eduardo. Uno faceva il commercialista, l’altro il medico, un altro ancora il prete, eccetera. Dopo la scuola andavo spesso a trovarli, mi sistemavo in platea e li guardavo divertendomi come un matto. Un giorno, poi, Ciampi, che faceva il regista, mi chiese di sostituire uno di loro. Conoscevo ormai tutte le battute a memoria, andai in scena e salvai la serata… Ciampi, allora, mi disse che avrei dovuto iscrivermi all’Accademia, ma io pensai a quella militare di Modena… Già mi vedevo con il cappello e lo spadino…

Invece?

Mi iscrissi all’Accademia di arte drammatica di Roma. C’erano circa 900 aspiranti e alla prova di ammissione mi presentai con due prove: Aspettando Godot di Beckett  e un monologo di Eduardo.

Come andò?

Fui l’ultimo dell’ultimo giorno a essere ascoltato… Non avevo ancora disfatto la valigia, ero certo infatti che mi avrebbero rispedito a Napoli. La mattina dopo, invece, tra i trenta ammessi c’ero anch’io… Mi assegnarono anche una borsa di studio di quarantamila lire. Fu così che iniziai a prendere sul serio questa professione.

Oltre a Mario Ciampi chi ti è rimasto nel cuore?

Il mio primo maestro di recitazione, Orazio Costa dell’Accademia di arte drammatica. Insegnava il metodo mimetico che Aristotele affronta nella sua poetica sottolineando come le arti, in genere, sono mimesi, cioè l’arte dell’imitazione. Che si distingue dalla mimica che invece è un’altra cosa. Un sistema che mi ha sempre incuriosito, è unico in ognuno di noi, non c’è una scuola che te lo insegna, devi solo scoprirlo. Ecco, allora, il bambino a cui faccio riferimento nel libro: sì, faccio l’attore ma se non resto bambino sono finito. Io racconto le favole, non divento personaggio. A me piace rappresentarli, è il pubblico poi a scegliere se ridere o piangere in base a come vuole identificarsi.

Qual è il segreto per diventare un bravo attore?

Ricordo una frase di Orazio Costa che mi aprì la mente: “Non dormire mai sugli allori, non fermarti mai”. Parole sante. Quello dell’attore è un mestiere effimero, devi saper distinguere ma nello stesso tempo devi essere curioso, altrimenti tutto è inutile. Ai miei ragazzi del Centro sperimentale ripeto sempre che gli attori sono solo un segno, è il pubblico che vuole piangere o ridere. L’attore è un mago, un’illusionista e se è bravo la gente ci crede. Bisogna fingere, è la cosa più bella. Io l’ho sempre fatto e ha funzionato. D’altra parte in inglese recitare si dice to play e in francese jouer, dunque giochiamo… Ho vestito diversi panni nel cinema e ogni volta creavo qualcosa dal niente. Ma senza l’immedesimazione, solo unicamente con l’interpretazione.

Per la realizzazione di un buon film a quale delle varie componenti assegneresti la percentuale più alta?

Anni fa, in America, feci questa domanda a un produttore famoso con il quale stavo girando un film. Mi disse che come prima  sceglieva lo scenografo. Infatti se guardi i film americani il background dove agisce l’attore è sempre straordinario, ricercato. Quindi si parte con lo scenografo, cosa che condivido pienamente. Subito dopo metterei il direttore della fotografia che è quello che dà il senso. La fotografia esiste se c’è luce altrimenti vedi nero…

Oggi registi e attori vanno dove li porta il cuore o dove li porta il mercato?

Non saprei, oggi il cuore è così debole, è zeppo di bypass… Scherzi a parte, a mio avviso vanno dove li porta la sopravvivenza. Tanti divi, infatti, oggi fanno anche le serie televisive…

Per quale motivo?

Perché il cinema non ha più quella forza che aveva una volta. Di questi tempi portare la gente al cinema è cosa ardua, il grande maestro Federico Fellini lo aveva capito vent’anni fa. E poi c’è la televisione che è un mezzo bellissimo, anche se per me è il demonio che entra in casa. Spesso di questo ne parlavo con Gassman…

Lui cosa ne pensava?

Ma dai Giancarlo, mi diceva, il diavolo non esiste…

Cosa conservi della tua grande amicizia con Vittorio Gassman?

Tra tutte le persone straordinarie che ho incontrato Gassman è quella a cui sono più legato. Parlo da un punto di vista di affetto, di amore. Era una persona timidissima, noi avevamo legato ancor prima che si ammalasse di depressione, mi divertiva ad andare con lui. Era una persona di un candore straordinario e aveva una intelligenza non comune. Mi stupisco sempre di persone come lui, gente che conosce tutto di tutto. Letteratura, storia, poesia… Vorrei vivere mille anni per aver il tempo di studiare tutti i libri ed essere come loro… Vittorio aveva inoltre una memoria fenomenale, ad esempio riusciva a citarti a memoria qualsiasi canto della Divina Commedia o la poesia dell’ultimo degli autori…

Imparava anche le parti degli altri attori… Una volta, infatti, ti suggerì le battute in una scena…

Esattamente, lui era in primissimo piano e io dietro. Mi chiese se ricordavo le battute e io gli risposi “non tanto…”. Mi tranquillizzò subito suggerendomi le battute come fosse un ventriloquo… Un giorno gli chiesi di questa sua incredibile memoria e Vittorio mi confessò che l’aveva sviluppata attraverso l’insegnamento di sua madre che faceva la professoressa. Lui aveva fatto l’attore perché così aveva voluto sua madre, a lui non gliene importava nulla. Era un giuggerellone, ci scherzava sopra ma era un attore vero, unico.

Cito una tua frase: “Amo l’adolescenza perché è tormentata…”. Cosa ti affascina del tormento?

L’adolescenza si sa che è un’età tormentata. Proprio questa mattina ho ricevuto la lettera di una ragazza di 22 anni  che mi ha scritto dopo aver letto il libro. Parla di “questo tormento che abbiamo noi giovani, ma tu attraverso il libro mi hai trasmesso la forza di pensare ancora, mi piace l’idea della solitudine che prima, invece, mi spaventava…”. L’adolescenza è il tormento giovanile…

E come si supera?

Bella domanda… Intanto diciamo che non si punta più sui genitori in quanto noi non abbiamo più tempo per loro… I ragazzi, però, vanno a scuola e di conseguenza, a mio avviso, l’insegnante – che non occorre sia un genio nella sua materia – dovrebbe essere il loro maestro di vita. Il problema è che gli  insegnanti sono mal pagati e una volta tra le mura di casa si ritrovano a convivere con le difficoltà proprie di ogni famiglia… Di conseguenza sono demotivati, non hanno più quel giusto entusiasmo che invece servirebbe a indirizzare i ragazzi nella vita.

Cosa dovrebbero insegnare ai ragazzi?

Che la vita va vista e vissuta come una gioia, un piacere. Una vita che comprende anche i voti bassi, i contrasti con i genitori, i primi amori, alcuni dei quali tormentati… In pratica stai entrando nella vita… Per reggerne l’urto, però, dovresti avere i piedi solidi, ben piantati a terra. E a mio avviso in questo la scuola non ti aiuta, non crea degli uomini e delle donne… Io però gli insegnanti li capisco.

Tra il dire e il fare però…

C’è di mezzo l’oceano, non il mare… Sono perfettamente d’accordo, credo però sia l’unica strada.

Che rapporto hai con i giovani?

A me piace parlare con loro, suscitare dubbi… Non esiste un libro che ti insegna a recitare, io non posso farti diventare Marlon Brando, ti posso dire cosa significa fare questo mestiere, come usare la fantasia per raccontare quella favola, spiegarti la filosofia di questa professione. Poi, però, dovrai essere tu a scrivere il tuo libro che naturalmente sarà diverso dal mio. Dunque bisogna invogliarli a essere qualcuno. Ed ecco, allora, che torna  nuovamente l’Arizona: lì non hai bisogno di nulla. Puoi essere anche un deficiente ma la sola presenza significa un rapporto con Dio. Non t’importa più di niente, potresti anche morire…

Per te cos’è il mistero?

Dio ci dà la possibilità di poterlo pensare. Tu ogni giorno hai la possibilità di scoprire tanti piccoli misteri. Ogni giorno hai questa bellezza, questo nutrimento, tocchi cose nuove… Ecco perché bisogna essere curiosi ed è la scuola, a mio avviso, che dovrebbe insegnarlo.

La libertà per Giannini è…

Avere la possibilità durante le ventiquattr’ore di fare il più possibile ciò che voglio. Mi va, ad esempio, di mangiare un piatto di spaghetti alle quattro del mattino? Fatto… Ogni cosa ha una sua dimensione, un tempo, un piacere, un punto da raggiungere.

Anche se nel libro ti dici restio ad aprire lo scrigno delle intimità, ti chiedo di fare un’eccezione: come si accetta la morte di un figlio?

Ho conosciuto molte persone che hanno avuto un lutto del genere… Lo stesso Francis Coppola ha avuto un figlio, Giancarlo, morto decapitato in un incidente con un motoscafo… La morte di un figlio non si accetta… In qualche modo io ho dovuto farlo perché attorno a me c’erano la madre, i suoi fratelli, tanta gente con il dolore nel cuore. Quindi non puoi metterti a piangere con tutti, sono altri i momenti in cui lo fai… Il pianto è una reazione nervosa ma poi c’è l’intelligenza che deve sostenerti…

Come hai consolato le persone a te care?

Ho detto di non disperarsi perché ora Lorenzo sta meglio di noi… Ovviamente, poi, nell’intimità, ho chiesto e chiedo a Dio perché lui e non io che ho vissuto oltre settant’anni… Io avevo un bel rapporto con mio figlio.

Tant’è che alcune settimane prima che morisse Lorenzo ti chiese cosa ci fosse dopo la morte…

E non sapendo cosa rispondergli mi sono fatto aiutare dal concetto che ho della morte.

Cioè?

Per me è una conoscenza quindi ho cercato di spiegargliela con la scoperta dei colori… Morire, gli dissi, è come entrare in un colore… Ad esempio sei nell’azzurro e davanti a te c’è una grande montagna che tu raggiungi con quel colore che ti accompagna. Una volta in cima, però, davanti a te ne vedi un’altra e in quel momento entri in nuovo colore, il giallo… E poi ancora un’altra montagna e un altro colore, e man mano che prosegui il viaggio conosci sempre di più, vedi ciò che non puoi immaginarti adesso perché entri in una dimensione di conoscenza che è diversa da quella in cui sei vissuto. Ecco perché non possiamo spiegarci il mistero. Con la morte piano piano entri nel mistero, non so quanto ci vorrà, forse milioni di anni, comunque vai verso la conoscenza.

A te, dunque, la dipartita non fa paura…

Assolutamente no. Certamente non mi piace morire, infatti se fosse possibile vorrei vivere almeno fino a 800 anni, anche se forse rischierei di annoiarmi… Però se possiedi un giusto equilibrio sai benissimo che si nasce per morire e poi rinascere nuovamente. È per tutti così, è una legge a cui nessuno può sfuggire… Purtroppo mio figlio è morto giovane, gli è scoppiata una vena nel cervello… È atroce, ma questo fa parte della vita… Tu la vita non la gestisci, devi solamente imparare a viverla. Nella morte c’è la conoscenza e ciò mi appaga.

Che rapporto hai con la fede?

Con Dio non fingo… Ce l’ho dentro, è una cosa che non si può spiegare, però mi dà una forza incredibile. È un qualcosa che ti colloca su un piedistallo per cui ti va bene tutto, nessuna avversità riesce a cambiarti… Anche su questo argomento io e Gassman abbiamo fatto lunghe discussioni. Lui si dichiarava ateo però mi rimproverava quando gli suscitavo dei dubbi… “Mannaggia a te e alla tua fede…” mi diceva. E poi ancora. “La verità è che provo una grande invidia per te, e quelli come te, non credere che non l’abbia mai cercata quella luce, chissà domani possiamo riparlarne, magari qualcosa mi si accende…”.

Quanto ti è stata d’aiuto dopo la morte di Lorenzo?

Tantissimo, se non avessi avuto la fede, quel piedistallo, non avrei potuto consolare gli altri…

Nel corso della tua straordinaria carriera hai più dato o ricevuto?

Sinceramente ho dato molto, almeno credo…, anche se non mi è stato sempre riconosciuto. Questo, però, non m’interessa. Nello stesso tempo ho anche ricevuto molto. Direi che è stato uno scambio alla pari…

Il complimento più bello che ricordi?

È legato alla presentazione di questo libro che ho scritto quasi per gioco. Ero in un teatro con oltre mille persone e già quattro ore prima del mio intervento c’era una fila spaventosa per entrare… A fine serata, mentre stavo autografando i libri, mi si è presentata dinanzi una ragazzina dicendomi: “L’ho letto ieri tutto d’un fiato, devo ringraziarla. Lei ha cambiato la mia vita, prima ero triste e malinconica ora invece guardo l’esistenza con gli occhi della felicità…”. Ecco, questo lo ritengo il più bel complimento che abbia mai ricevuto.

Doppiatore si nasce o si diventa?

Si nasce, però puoi anche diventarlo. Il doppiatore deve avere una certa predisposizione.

È più difficile della recitazione?

No, ma è tutta un’altra cosa e comunque è difficile. E un grande attore può non saper doppiare. Però noi italiani siamo molto bravi. Tieni presente, comunque, che la voce è percepita dallo spettatore per l’8% mentre l’immagine tocca l’80%, dunque è quest’ultima che funziona. Charlie Chaplin mica era fesso…

Che coraggio ci vuole a dire no al mitico Francis Ford Coppola che ti offre una parte importante nel film Apocalypse Now?

Ci incontrammo in una cena a New York e mi chiese di interpretare il personaggio del fotoreporter, lo stesso che valse poi un oscar a Dennis Hopper. Insistette molto però avevo già firmato i contratti per due film in Italia e dovetti rinunciare. Ma non fu l’unico rifiuto. Mentre stavo lavorando con Monicelli mi chiamò per propormi una parte in New York Stories, un film collettivo composto da tre storie dirette da altrettanti registi di New York: Coppola, Martin Scorsese e Woody Allen. Un grande lavoro a cui però dovetti rinunciare.

E lui come prese l’ennesimo no?

Mi disse di rimandare l’impegno con Monicelli, come se fosse una cosa di tutti i giorni… Risposi che non era possibile. Ecco, però, quello che non ti aspetti. Monicelli, rimasto vittima di un incidente stradale, fu costretto a rimandare la produzione. Io, allora, volai a New York e accettai la proposta di Coppola. Mi tenne tre settimane, una produzione immensa. Interpretai suo padre, un grande musicista. Era stato primo flauto di Arturo Toscanini.

Hai rimpianti?

Assolutamente no. A cosa servirebbe? Bisogna sempre andare avanti. Nel corso della carriera ho rinunciato a tante cose, ho detto no a film importanti che poi sono andati benissimo, però non ho mai perso tempo a rimuginarci sopra.

A proposito del passato, che ricordo hai di Mariangela Melato?

Una donna straordinaria, intelligente, tipo Gassman, curiosa, istintiva, le piaceva proprio recitare e come me ci giocava sopra. Entrambi, infatti, venivamo dal teatro, era una che riusciva a seguirti anche quando improvvisavi…

Tu sei stato tra i primi ad accorgerti del talento di una giovanissima Julia Roberts…

Fece con me il suo primo film e io dissi subito ai produttori di metterla sotto contratto perché aveva talento… Era un film ambientato nei primi del novecento, quando espropriavano i terreni per costruire le ferrovie. Una volta girammo una scena drammatica in piena notte, alle quattro del mattino. Lei doveva fare un primo piano e aveva un’espressione fantastica. Oltre al talento aveva una fotogenia spettacolare.

I produttori ascoltarono il tuo consiglio?

Non ci credevano, dicevano che Julia era lì solo perché aveva un fratello famoso…

Scusa l’impertinenza, ma in Casino Royale da che parte stava la spia René Mathis da te magistralmente interpretata?

Vorrei saperlo anch’io… Guarda che non sto scherzando… Dopo aver letto il copione, infatti, non sapevo quale fosse il mio ruolo… Lo chiesi al produttore, Michael Wilson, un personaggio molto simpatico, il quale mi confessò di esserne all’oscuro… Ma come, gli dissi, neanche voi lo sapete? Durante la settimana, poi, mi dissero che in base alla mia performance avrebbero deciso se ripropormi o meno nella serie successiva. Trascorsa un’altra settimana senza novità, decisi di chiedere lumi al regista. Ci incontrammo in una roulotte dove gli esposi il mio problema… Anche lui, però, mi disse di non aver ancora ben chiaro il mio ruolo e quindi la mia fine… Vediamo strada facendo come si evolve la situazione, fu il succo del discorso…

Ma durante le registrazioni come ti comportavi?

Mi ero portato dall’Italia un libro di Umberto Eco dove lui faceva una meravigliosa recensione del film…

Quindi eri salvo…

Macché, neanche lui diceva da che parte stavo… Credimi, ero disperato, non sapevo come fare.

Roba da film…

Guarda che non sto scherzando…

Ti credo. Come nei sei uscito da questa assurda vicenda?

Arbitrariamente decisi di vestire i panni di una spia così spia che neanche lui sapeva da che parte stava…

E grazie a una bellissima interpretazione ti hanno riconfermato nel sequel Quantum of Solace…

Però fino alla fine del film neanche loro sapevano se confermarmi o meno. Infatti l’uscita che fanno fare a Mathis, nell’ultima scena di Casino Royale con James Bond malato e lui che gli passa la medicina in un bicchiere, lascia aperte diverse interpretazioni… Si tratta veramente di una medicina oppure nel bicchiere c’è il veleno? Io non lo sapevo e non ho voluto neanche saperlo… In quella scena finale, però, anche Bond sospetta di me… Subito dopo, infatti, arrivano due persone che mi prendono di forza portandomi via… Quindi potrei essere morto. Invece non era questo il mio finale. Così nella prima scena con James Bond nel film Quantum of Solace lui mi dice “Credevo fossi una spia, adesso ho bisogno del tuo aiuto…”.

Come ti sei trovato con il James Bond Daniel Craig?

Molto bene, è una persona simpaticissima. Ogni volta che tornavo dopo essere stato via per un paio di settimane Daniel mi confessava che gli ero mancato. Non vedeva l’ora che tornassi in quanto l’atmosfera sul set era troppo seriosa senza di me…

Nella tua carriera hai incontrato più difficoltà con l’inglese oppure con il dialetto catanese…?

Con entrambi. Pensandoci bene, però, dico che è più difficile parlare il dialetto catanese. C’è da dire, comunque, che ho avuto un grande maestro per il siciliano, Turi Ferro. Addirittura mi ha insegnato a inventare nuove parole in dialetto.

Anche tra i fornelli te la cavi alla grande. Sei un amante della buona cucina, quella fatta di cose semplici, proprio come intendi la vita…

Non sono bravo a cucinare tante pietanze, ma quelle poche che faccio mi riescono bene. Sì, la cucina migliore è quella semplice. Ho avuto la fortuna di trascorrere la mia infanzia con una nonna e una madre straordinarie. Mia nonna, che aveva quattro figli – tre femmine e un maschio morto poi in guerra – passava le giornate in cucina. A causa della guerra vivevamo tutti insieme e le donne di casa erano tutte lì, ognuna impegnata in un compito. Chi faceva la pasta, chi sgusciava i fagioli, chi preparava il sugo… C’erano ancora i fornelli a carbone e il fuoco veniva alimentato a mano con il ventaglio. La mattina facevamo colazione con l’orzo perché non avevamo il caffè. Mi ricordo tutto di quei giorni, spesso mia madre mi mandava nel negozio sotto casa a comperare cinque lire di salsa di pomodoro… Era un mondo completamente diverso, sono cresciuto con questi odori e sapori eccezionali.

Nonostante le ristrettezze, però, hai vissuto un’infanzia felice…

Sì, ho dei ricordi bellissimi. Ho sempre mangiato bene apprezzando tutto ciò che la natura ci offriva. Per questo motivo raccomando sempre ai miei figli di imparare bene l’arte della cucina in quanto il cibo è un piacere a cui non si può e non si deve rinunciare.

La tua amata madre Olga ha spento la centesima candelina… Per lei, però, resti sempre il suo bambino…

Assolutamente sì, l’altro ieri ero a casa sua e mi ha accolto con l’immancabile “Ecco il mio bambino…”.

Nonostante il grande amore che vi lega lei, però, non si è mai interessata in modo particolare al tuo lavoro…

Vero, mi ha lasciato fare e vivere senza particolari pressioni. Però ogni volta che mi vede è sempre particolarmente premurosa.

Spesso le reciti una poesia…

È di un anonimo. Posso dirla?

Prego…

Che piccola cosa una vita!

La mia, come tutte, è una goccia.

Voglio si perda in un mare d’amore:

è l’unica via,

altrimenti è una goccia sprecata.

Troppo piccola

per essere felice da sola,

troppo grande

per accontentarsi del nulla.

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