Sperando nella Cassazione
La magistratura ha definito degli “incauti” i ragazzi morti sotto le macerie del violento terremoto aquilano. Il libro-inchiesta di Umberto Braccili, Noi non abbiamo colpe, raccoglie documenti e testimonianze che dimostrano la mancata comunicazione del rischio prima del 6 aprile 2009 da parte delle istituzioni. Oggi solo la Corte suprema può riaprire e non far dimenticare per sempre questa tragica vicenda.
Colpevoli per non aver previsto l’imprevedibile. Due sentenze, primo e secondo grado che ribaltano ogni logica di tutela del cittadino. Ora solo la Cassazione, potrà riscrivere la storia di una vicenda che ha aggiunto amarezza e sgomento al lutto dei famigliari degli studenti fuorisede morti nel crollo delle loro abitazioni causato dal terremoto del 6 aprile 2009, a L’Aquila. In pratica è stato negato il risarcimento a sette famiglie di studenti, dichiarando che i giovani avevano avuto una “condotta incauta” rimanendo nelle loro case durante le scosse. I familiari, quindi, in caso di conferma della Cassazione, oltre al mancato indennizzo dovranno pagare le spese legali….
Una vicenda incredibile riassunta in maniera efficace e coinvolgente da Umberto Braccili, giornalista, scrittore, già inviato speciale della Rai, autore del libro-inchiesta Noi non abbiamo colpe (Hatria Edizioni). Un gran lavoro che mette insieme documenti e testimonianze in merito alla mancata comunicazione del rischio da parte delle istituzioni.
La prefazione dell’interessante volume è dell’apprezzato giornalista e scrittore Giustino Parisse, aquilano di Onna, una piccola frazione aquilana che la notte del terribile sisma contò 40 morti. Tra questi il papà Domenico e i suoi due figli. Maria Paola aveva 16 anni, suo fratello Domenico, che portava lo stesso nome del nonno, 18.
“Questo libro – osserva Giustino Parisse – non riapre ‘vecchie’ ferite. Quelle ferite, per chi ha il dolore nel cuore, non sono mai diventate vecchie e non si sono mai chiuse. Questo libro è un invito ‘agli altri’ a non mandare tutto in un polveroso archivio e a evitare la classica frase’ ma ancora parlate di terremoto?’. Sì bisogna ancora parlarne. Non solo per la memoria di chi non c’è più. Non solo per evidenziare le storture e le speculazioni del post sisma. Non solo per raccontare anche le cose buone accadute. Bisogna parlarne – continua Parisse – perché quanto successo all’Aquila, soprattutto nei sei mesi prima del terremoto del 6 aprile del 2009, è l’esempio plastico di ciò che le Istituzioni non devono fare quando in ballo c’è la vita delle persone. Cosa non devono fare? Restare a guardare, rassicurare, pensare che tanto la scossa forte non arriverà. Oppure più cinicamente dare per scontato che il terremoto se arriva chiede comunque la ‘sua parte’ in termini di vite umane e dolore. L’importante è ‘che non tocchi a me’” poi del resto chi se ne importa”.
La magistratura, come dicevamo, ha definito i ragazzi morti sotto le macerie aquilane degli “incauti”, parla di “condotta colposa” di chi invece di uscire di casa alla penultima scossa, restò a dormire… Ci vuole veramente un bel coraggio (tanto per usare un eufemismo…) a mettere nero su bianco simili affermazioni, considerando, tra l’altro, che gli studenti furono tranquillizzati dalla Protezione Civile. Infatti erano tornati poche ore prima della tragedia in quanto l’università non era stata chiusa nonostante le scosse fossero iniziate da prima di Natale.
La ricerca di Braccili parte da lontano. “Ho ricostruito quello che a L’Aquila si registrò, non solo dal dicembre 2008, ma anche nel decennio precedente con gli studi poi ignorati che avevano già lanciato l’allarme sulle strutture edili di una città bellissima, ma costruita male durante il boom economico. L’Aquila – sottolinea – è stata nel corso dei secoli spesso ‘vittima’ del terremoto. Numerosi studi realizzati anche da alcuni scienziati che parteciparono alla riunione della commissione Grandi Rischi il 30 marzo 2009, avevano avanzato l’ipotesi di un possibile sisma devastante entro il 2015. Inoltre, una ricerca della società Abruzzo-Engenering, anni prima, evidenziò la fragilità delle strutture pubbliche in città a rischio crollo in caso di sisma. Questi dati – continua Braccili – dopo ben tre mesi di scosse in città non furono presi in considerazione e l’unica idea ‘proposta’ dagli enti preposti fu di farsi un buon bicchiere di Montepulciano di Ofena”.
A tal proposito è illuminante e nello stesso tempo a dir poco sconcertante il contenuto di una telefonata del 30 marzo 2009 tra Guido Bertolaso, capo nazionale della Protezione Civile, e Daniela Stati assessore regionale abruzzese alla Protezione Civile. Il quotidiano La Repubblica pubblicò, alcuni mesi dopo, l’intercettazione partita da una inchiesta della magistratura sulle spese per il G7 alla Maddalena, evento che dopo il sisma fu deciso di effettuare a L’Aquila, nell’estate del 2009, dopo il sisma. Questa la trascrizione del colloquio.
Guido Bertolaso: “Buongiorno Daniela. Ti chiamerà De Bernardinis, il mio vice, e ti dirà di fare una riunione lì, a L’Aquila, su questa vicenda di questo sciame sismico che continua, in modo da zittire subito qualsiasi imbecille, placare le reazioni, preoccupazioni, eccetera”.
Daniela Stati, assessore regione Abruzzo Protezione Civile: “Ti ringrazio Guido, grazie mille”.
G. B.: “Però devi dire ai tuoi di non fare comunicati dove non sono previste altre scosse di terremoto, perché quelle sono delle cazzate, non si dicono mai queste cose quando si parla di terremoti”.
D. S.: “Va benissimo”.
G. B.: “È uscita, così mi dicono, l’agenzia dove si dice che non sono più previste altre scosse. È una cosa che non si dice mai, Daniela, neanche sotto tortura”.
D. S.: “Guido, non lo sapevo e mi scuso per loro, perché esco in questo momento dalla giunta regionale”.
G. B.: “Sì, però quando devono fare i comunicati che parlassero con il mio ufficio stampa, che ormai ha la laurea ‘honoris causa’ in informazione, in emergenza e quindi sanno come ci si comporta in modo da evitare boomerang, perché se tra due ore c’è una scossa di terremoto, che cosa dicono tutti? Il terremoto è un terreno minato, bisogna essere prudentissimi, comunque adesso questa cosa la sistemiamo. La cosa importante è che De Bernardinis ti chiama per dire dove domani volete fare la riunione, io non vengo ma vengono Zamberletti, Barberi, Boschi, quindi i luminari del terremoto in Italia, li faccio venire o da te o in Prefettura, decidete voi, a me non me ne frega niente, in modo che è più un’operazione mediatica, così loro che sono i massimi esperti di terremoti diranno “è una situazione normale, sono fenomeni che si verificano, meglio che ci siano 100 scosse di 4 scala Richter, piuttosto che il silenzio, perché le 100 scosse servono a liberare energia e non ci sarà mai la scossa, quella che fa male”.
D. S.: “Allora io intanto adesso li chiamo, cerco di bloccare il comunicato”.
G. B.: “No, l’hanno già fatto, adesso ci stanno mettendo una pezza. Tu adesso parla con De Bernardinis e decidete dove fare questa riunione domani, poi fatelo sapere che ci sarà questa riunione, che non è perché siamo spaventati e preoccupati, ma è perché vogliamo tranquillizzare la gente e invece di parlare io e te facciamo parlare i massimi scienziati nel campo della sismologia”.
D. S.: “Va benissimo…”.
La telefonata termina qui. Ogni ulteriore commento, dunque, credo sia superfluo. Una settimana dopo arrivò la scossa che “fece male….”
Ma torniamo all’oggi. L’unica speranza dei genitori della onlus Avus 2009 è che la Cassazione riapra il processo, per capirci quello degli “incauti”, trasferendo il tutto alla Corte di Appello di Perugia. In praticati i giudici dovranno controllare se i processi di primo e secondo grado siano stati condotti senza errori o mancate procedure. Ma quali sono i tempi? “Purtroppo – spiega nel libro Patrizia Schiarizza, avvocato civilista di Roma – la riforma Cartabbia ha reso molto molto strette le maglie del ricorso per Cassazione, quindi noi adesso abbiamo varie preclusioni. Comunque i tempi in caso di pronunciamento finale per ricorso per Cassazione sono lunghi. Io spero in due o tre anni di avere un provvedimento. La Corte è possibile che decida in prima persona senza andare in rinvio, senza rispedire il tutto alla Corte d’Appello”.
Tradotto, ci sarà da aspettare… “Proprio così – conferma Umberto Braccili – se la richiesta di processo passerà il filtro del giudice, che deve valutare la validità o meno di un terzo grado di processo, si arriverà a riviverlo, nuovamente per il secondo grado a Perugia. Ci vorranno dai sei ai dieci anni ancora per sapere l’esito definitivo. Tempo massimo quindi il 2035, ventisei anni dal dramma… Ovviamente nessuna condanna potrebbe mai riportare in vita quei ragazzi ma una forma ufficiale di scuse darebbe un senso a una macchia dello Stato. Lo dobbiamo a quei ragazzi che cercavano il futuro in quella università e abitavano in case costruite male. I libri ci dicono che l’unico modo, per legge, potrebbe passare dalla Cassazione che non è chiamata a decidere se riaprire dei processi civili per stabilire i danni da pagare. No, quei giudici potrebbero cancellare per quei ragazzi semplicemente una colpa che non hanno. I genitori non chiedono soldi, che non li riporteranno in vita. Potrebbe essere una sentenza rivoluzionaria condannare chi ha sbagliato a una pena importante: dire ad alta voce ‘scusateci, abbiamo sbagliato, voi ragazzi non avete colpe’. Viceversa termina Braccili – se la Cassazione dirà no, il sisma 2009 potrebbe essere archiviato come una conseguenza della Terra che trema, non lancia allarmi prima e nulla più. Ma loro non hanno colpe se non quelle di essersi fidati”.
