Un ritratto complesso e sorprendente: carattere, educazione, vocazione, aneddoti e talento artistico di un giovane destinato alla santità
Che carattere aveva Checchino? Qualcosa l’abbiamo già detto. Voglio elencare adesso gli aggettivi che amici e conoscenti hanno usato per descriverlo. Pensando a ciò che sarebbe diventato, si rimane piuttosto impressionati: c’è tutto e il contrario di tutto. Eccoli: sensibilissimo, schietto, vanitoso, attraente, collerico, sincero, affettuoso, impetuoso, tenero, dolcissimo, generoso, coraggioso, ardente, incostante, dignitoso, assennato, rissoso, preciso, impulsivo, fermo, aspro, costante, umoristico, imperioso.
Con questa rosa di peculiarità si può diventare grandi santi o grandi malviventi. Di certo Checchino non sarebbe mai potuto approdare a quest’ultima categoria. Viveva in un habitat che non permetteva sbandamenti irreparabili: l’esempio della mamma, l’educazione e i principi impartiti dal babbo, la serietà e la vigilanza del collegio dei Gesuiti costituivano per lui limiti invalicabili. Questo ci aiuta a capire il suo comportamento. È vero che a volte perdeva la testa, ma presto rientrava in sé. Si pentiva e chiedeva perdono. Non di rado si recava in qualche chiesa sperduta: lì, da solo, si sfogava piangendo e pregando.
Fin da fanciullo aveva imparato dai genitori a dare spazio alla preghiera. Si era iscritto alla Pia Associazione del Sacro Cuore “dei Nove Uffici”, ma anche a quella del Preziosissimo Sangue e del Carmine.
A tal proposito, l’amico Paolo Bonaccia racconta: “Quante volte io vedevo la sua faccia trasfigurata! Sulle pratiche di pietà era osservante fino allo scrupolo. Mai si accostava ai Sacramenti senza far trasparire quella fede e quel raccoglimento di cui era compreso”. Poi aggiunge: “Alcuni condiscepoli (tra cui c’ero anch’io) godevano nel ravvisare, nel damerino elegante, il ruvido futuro novizio”. Questo particolare è interessante, perché lascia intendere che la conversazione sulla vocazione venisse affrontata con una certa frequenza tra gli amici. Stiamo parlando di un argomento di grande rilevanza nella vita del giovane Possenti.
Sembra strano, però, che Sante, il babbo, coltivasse altri progetti per il figlio prediletto. Osservandolo, sognava di vederlo un giorno stimato professore o bravo avvocato. Insomma, ci teneva molto che nella vita sociale Checchino continuasse le tradizioni di famiglia, mantenendo alto l’onore e il prestigio di “casa Possenti”.
Il celebre Girolamo Moretti, frate conventuale e inventore della grafologia, ha analizzato un manoscritto di Checchino, svelandoci tendenze e qualità intriganti e sorprendenti: una sorta di Dna interiore. Trascriviamo alcuni passaggi dell’analisi: “Intelligenza quantitativamente superiore alla media ed è munito di gusto artistico. La sua arte ha spunti di lirica in campo di tenerezza e di piccole cose, simile alla musa pascoliana”. Aggiunge poi: “Il soggetto riesce anche nelle scienze che richiedono osservazione minuta, come l’esegesi letteraria, storica, biblica”. “La sua passione predominante – asserisce il grafologo – è quella di voler primeggiare e distinguersi dagli altri. Sarebbe in grado di intervenire anche nei confronti degli stessi professori”.
A proposito dello spirito di osservazione di Checchino, riportiamo alcuni aneddoti rivelatori del suo desiderio di conoscere, vedere e verificare. Gli avevano detto che in un collegio di ragazze ce n’era una con una mano di sei dita. Era smanioso di vederla. Un giorno si appostò accanto al portone della scuola: quando le studentesse uscirono, poté osservare le dita di quella ragazza. Poi, appagato, se ne andò.
Un altro giorno Checchino e il fratello Michele andarono a passeggio nella zona di Pontebari, presso Spoleto, un luogo silenzioso e suggestivo. Mentre camminavano, videro arrivare una giumenta tirata da un contadino e, dietro, tutto snello, un puledro. Checchino, appena il cavallino gli arrivò vicino, stese una mano per accarezzarlo. Ma il suo gesto delicato venne inaspettatamente ricambiato con un doppio calcio al petto che lo scaraventò a terra. Per fortuna, pur avvertendo il colpo, non si fece male.
Le qualità ravvisate dal grafologo emergono anche dalle simpatiche caricature che disegnava per gli amici. Un giorno, a scuola, mostrò ai compagni un foglio con le caricature di tutti. Tra le figure c’era anche la sua. Fu un vero spasso.
Insomma, tra le tante qualità, Checchino si rivelò anche un “caricaturista ante litteram”. Per fortuna conserviamo l’originale in archivio. Gli psicologi considerano il caricaturista una persona dotata di notevoli capacità di osservazione e creatività. (lancid@tiscali.it)
