CHE BELLA LA CHIESA IN GREMBIULE…

rivoluzione gentile di papa Francesco
By Gianni Di Santo
Pubblicato il 1 Maggio 2013

 

Le prime mosse del pontefice vengono a dirci che il ministero petrino non è roba di palazzi e di pergamene da firmare (certo, anche quelle), ma soprattutto l’incarnazione del verbo amare e servire. La rivoluzione gentile di papa Francesco ha i colori della simpatia. Già, simpatia. Entrata di d’improvviso nel cuore del popolo cattolico, innamorato come mai di questo papa “venuto da lontano”. La simpatia come contenuto principale di una fede che è allegria, buona notizia, ottimismo e buona speranza. Una simpatia che contagia, illumina i dubbi, lenisce le ferite, arricchisce di bontà, soprattutto coloro che si sentono lontani dall’annuncio evangelico, o che non si sono sentiti accettati dalla comunità ecclesiale. L’account twitter del papa ha già superato (mentre scriviamo, ndr) i 5 milioni di followers. Ogni sua apparizione pubblica ha riempito, anche nei giorni feriali, piazza San Pietro, segno di una popolarità che in molti non si aspettavano in Vaticano. Mentre per i conservatori sono giorni cupi: vedono tornare con forza le ragioni del Concilio Vaticano II. Figuriamoci per i tradizionalisti. Il problema c’è, eccome, a sentir loro: Francesco ancora non ha evocato a sé il nome di “papa”. E quando lo farà? E come spiegherà questa latitanza?

In effetti Francesco, vescovo di Roma, tace sulla questione. Anzi, forse parla fin troppo. Fino a ora lui è semplicemente vescovo della chiesa di Roma, prima tra tutte le chiese nella carità. Come piace ai fratelli ortodossi. Una rivoluzione del ministero petrino, oppure un passaggio in avanti, o all’indietro, nella storia delle prime comunità cristiane quando la primazia di Pietro era il servizio ai fratelli, e non la pratica del potere fine a se stesso.

Le prime mosse di Francesco vengono a dirci che il ministero petrino non è roba di palazzi e di pergamene da firmare (certo, anche quelle), ma soprattutto l’incarnazione del verbo amare e servire. Una profonda rivisitazione del ministero petrino che, per ora, sta facendo fare brutti pensieri ai predicatori della citazione papale facile facile e della dottrina fine a se stessa. Quegli stessi “papalini” che ora non citano più il papa nei loro articoli e discorsi e che hanno avuto una crisi nervosa quando Francesco ha ricordato un suo amico teologo durante il suo primo discorso in piazza, quel Karl Kasper senza dubbio tra i porporati più aperti del collegio dei cardinali. Potenza dell’habemus papam.

Ma oggi ci sono le scelte, i gesti, a tradurre il vangelo. Oltre la croce di ferro, le scarpe normali, la talare bianca senza l’ausilio di nessun orpello di dignità ecclesiastica. Francesco vivrà, e non si sa per quanto, nella residenza di Santa Marta e non nell’appartamento pontificio, dove continuerà invece a ricevere gli ospiti importanti. Preferisce vivere la quotidianità con gli altri ospiti del residence, quasi tutti cardinali o prelati che lavorano in Vaticano. Può sembrare ciò una scelta di sobrietà e semplicità. Come lo è, infatti. Ma dietro questo stile c’è la volontà di Francesco di non voler essere un segregato in Vaticano e di parlare, dialogare, avere un contatto quotidiano con il mondo oltretevere, superando in questo le rigide regole della sua segreteria e del cerimoniale. Semplicità e intelligenza insieme. E libertà di ascoltare chiunque voglia avvicinarsi al papa.

I gesti esteriori del nuovo pontificato (il servizio) di Francesco diventano ora dopo ora segni quotidiani di un potere e di una rappresentatività pontificale addolcite dal servizio ai fratelli che ci stanno accanto. Francesco che lava i piedi ai carcerati di un istituto di pena minorile, tra le quali una donna musulmana per di più tatuata) è più di un annuncio. È l’incarnazione. Quella chiesa del grembiule che abbiamo conosciuto con don Tonino Bello e che una moltitudine immensa di donne e uomini e vescovi e preti incarna spesso in silenzio ogni giorno e in ogni angolo del pianeta, di fronte alla società globalizzata che ingloba, mette in disparte, allontana, divide, emargina.

Il Dio della porta accanto di padre Francesco è più di una carezza adattata all’uso per i media o al sentimento bonario dell’immaginario cristiano. È un ritorno al futuro. È uno schiaffo in faccia a chi non vuol guardare oltre l’uscio di casa propria e un invito alle chiese e all’umanità, fin troppo esplicito, a fermarsi su quelle pagine del vangelo dove Gesù è accanto all’altro, chiunque esso sia.

Infine, le donne. Ha detto, a braccio, durante la seconda udienza generale del suo pontificato: “È bello che le donne siano le prime testimoni della risurrezione. Gli evangelisti hanno solo raccontato quello che le donne hanno visto. È un po’ la missione delle donne dare testimonianza ai loro figli e ai nipotini che Gesù è risorto. Questo è anche un segno della storicità dei racconti evangelici, giacché nel mondo ebraico le donne non avevano dignità di testimoni. E se i vangeli glielo assegnano, vuol dire che il racconto è autentico. Le donne nella chiesa e nel cammino di fede abbiano un ruolo particolare: aprire le porte al Signore”.

L’altro come via di profezia per il futuro della chiesa. In questi giorni di frammentazione e cambiamento, appare, ancora oggi dopo duemila anni, la scelta vincente. Il Dio della porta accanto di Francesco allarga orizzonti di comunione tra gli uomini, tra gli sguardi sbigottiti e non convinti di chi sostiene la primazia di una fede che comanda, indica, e a volte condanna.

Comments are closed.