BUON SENSO e IGNORANZA

By Nicola Guiso
Pubblicato il 31 Dicembre 2015

Il dibattito in corso sulla convivenza, la tolleranza e l’amicizia tra persone di fedi religiose e di culture diverse rischia di essere pericolosamente condizionato, anche in Italia, da carenza di buon senso e di prudenza, e da molta ignoranza. Quest’ultima, purtroppo, di  presidi e di insegnanti, che dovrebbero essere invece portatori di conoscenza e di cultura storica. La questione l’ha posta, col tradizionale rigore, Vittorio Messori, forse il più autorevole interprete vivente di una lettura cattolica dell’avventura umana . Ha scritto infatti di recente sul Corriere della Sera che vietare manifestazioni pubbliche, e scolastiche in particolare, della fede e della tradizione cattolica non suscita, oltretutto, apprezzamento – come alcuni affermano –  nella maggioranza dei fedeli mussulmani presenti in Italia. Suscita invece in tanti di essi sconcerto, e in alcuni casi disprezzo. Perché i divieti dimostrano l’incapacità (di chi li sancisce e di chi li accetta passivamente) di onorare espressioni significative della propria fede tradizionale. E soprattutto  (la cosa vale non solo per i cattolici ma anche per non cattolici e per gli atei) la capacità di correlare quelle espressioni di fede con le radici profonde delle tradizioni  e dell’identità culturale dell’Italia e dell’Europa. Correlazioni ineludibili se si voglia davvero creare le condizioni di tolleranza, convivenza e amicizia tra persone di religione e di culture diverse.

Ho trovato conferma dei giudizi di Messori nei comportamenti di alcuni egiziani, mussulmani di rigorosa osservanza, che da oltre 20 anni sono in Italia, hanno famiglie numerose, gestiscono negozi di frutta e verdura. Da sempre, in occasione del Natale e di fine anno, ornano con scritte e luminarie d’auguri i negozi, perché credono sia giusto partecipare anche a festività religiose non loro ma legate alla tradizione civile del paese in cui vivono. Inoltre, quando i figli frequentavano le scuole elementari con orario comprendente il pranzo, avevano chiesto e ottenuto (da presidi intelligenti) la sostituzione per i bambini della carne di maiale con altre; e nel periodo del Ramadan avevano ottenuto di portarli a casa nell’ora del pranzo. Erano contenti che i bambini partecipassero anche a manifestazioni, della classe o della scuola, ispirate al Natale o alla Pasqua, in quanto le giudicavano positive per la formazione caratteriale e comunitaria dei propri figli, convinti inoltre che non sarebbero state in contrasto con la formazione religiosa mussulmana che ricevevano in famiglia. Sono persone che hanno sempre, non solo ora, manifestato sorpresa e disappunto che vi fossero altre scuole in cui venivano vietate iniziative ispirate a festività della tradizione cattolica. Devo aggiungere che, in zona di Roma molto lontana dalla mia (lo dicono due mie nipotine di seconda e di terza elementare) vi sono altri genitori di fede mussulmana che si comportano allo stesso modo dei genitori egiziani di cui ho detto. Tutto ciò confermato da recenti inchieste, che hanno rilevato una significativa frequenza di simili atteggiamenti in immigrati da molto e da poco tempo.

Deve dunque preoccupare la carenza di buon senso in presidi e in insegnanti che tentano di giustificare la proibizione, nelle scuole o in classe, di iniziative legate a festività religiose con sermoni sulla laicità e sul multiculturalismo. Deve preoccupare perché le motivazioni di quei divieti dimostrano anche una loro evidente ignoranza. Per non aver letto, o per non aver capito, per esempio, concetti come questi, espressi da Benedetto Croce – maestro della cultura laica e liberale – nel saggio Perché non possiamo non dirci cristiani: “Il cristianesimo è stata la più grande rivoluzione che l’umanità abbia compiuto (…). Tutte le altre rivoluzioni, tutte le maggiori scoperte che segnano epoche nella storia umana non sostengono il suo confronto (…). E le rivoluzioni e le scoperte che seguirono nei tempi moderni (…) non si possono pensare senza la rivoluzione cristiana”.

L’atteggiamento di certi presidi e di certi insegnanti è dunque una ulteriore conferma di come fosse nel vero Goethe quando sentenziava che “nulla è più terribile di un’ignoranza attiva”.

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