LE ILLUMINAZIONI DELLA PAROLA

By Carlo Ghidelli
Pubblicato il 18 Novembre 2012

Chi ha imparato a pregare con tutti i sensi non può non sentirsi consumare per il fascino irresistibile del dono ricevuto. è talmente forte la luce che riceve che i suoi occhi rimangono come abbagliati, anzi accecati: gli basta essere abitato dal suo signore

 A Bartimeo, che era cieco e chiedeva il dono della vista, Gesù guarendolo risponde: “Va’, la tua fede ti ha salvato” (Mc 10,52). Attorno al verbo vedere ruota anche il racconto della guarigione del cieco nato (vedi Gv 9,1ss) e noi sappiamo che, nel gergo giovanneo, vedere è uno di quei verbi che possono avere diversi significati: uno immediato, vedere con gli occhi del corpo, e l’altro mediato, vedere con gli occhi del cuore.

È sugli occhi che vogliamo sostare in questa meditazione per cogliere il loro rapporto con la parola di Dio, soprattutto per imparare a pregare con tutto il nostro corpo: È vero che, secondo una concezione assai diffusa, si vedono più cose con gli occhi interiori che con quelli del corpo; ma è altrettanto vero che gli occhi interiori si nutrono di ciò che vediamo con gli occhi del corpo. A partire da questa convinzione ci mettiamo in ascolto della parola di Dio, desiderosi di imparare a pregare così.

 DONA LUCE AI MIEI OCCHI

L’invocazione presuppone almeno due sentimenti: da un lato, la fede che Dio non solo è la sorgente della luce, ma che egli personalmente è luce. Lo apprendiamo dal Salmo 36,10: “È in te la sorgente della vita / alla tua luce, Signore, vediamo la luce”. La luce che egli è Iddio la condivide con le sue creature facendole partecipi della sua stessa natura.

La preghiera presuppone una certezza di fede che troviamo espressa, tra l’altro, anche nel Salmo 18,29: “Tu, Signore, sei luce alla mia lampada / il mio Dio rischiara le mie tenebre”. La stessa certezza che porta a dire: “Una luce è spuntata per il giusto / una gioia per i retti di cuore / Gioite, giusti, nel Signore / della sua santità celebrate il ricordo” (Sal 97,11-12). L’altro sentimento è di natura filiale: l’orante esprime la sua psicologia di figlio/figlia che si manifesta soprattutto nell’ascolto e nella prontezza all’obbedienza. Essere figli perciò non è solo un onore o un privilegio, ma implica anche un dovere e un impegno: l’esserne consapevoli è un presupposto per poter vivere in pienezza il dono della figliolanza divina. 

MI CONSUMA IL FASCINO DEI TUOI GIUDIZI

La parola di Dio scritta, se accolta per quello che è, è capace di affascinare. Essa infatti è segno o sacramento di colui che è il desiderato delle genti, l’anelito dei veri credenti: “Gli occhi di tutti a te sono rivolti in attesa / e tu dai loro il cibo a tempo opportuno” (Sal 145,15). Come non pensare al cantico delle creature di san Francesco: chi prega da figlio/figlia non può non trascinare dietro a sé tutte le creature che ha ricevuto in dono dal Signore. Quello che noi attendiamo dal Signore, riconoscendolo come padre, è appunto il cibo della sua parola: i nostri allora diventano occhi prensili perché non solo sono capaci di esprime il desiderio dal quale sono animati ma in qualche modo possiedono ciò che bramano.

“Lampada per i miei passi è la tua parola / luce sul mio cammino” (118,105): chi ha imparato a pregare con tutti i sensi non può non sentirsi consumare, giorno dopo giorno, per il fascino irresistibile del dono che riceve. È talmente forte la luce che riceve che i suoi occhi rimangono come abbagliati, anzi accecati: gli basta essere abitato dal suo Signore. Chi subisce questo fascino si sente come espropriato: egli non si appartiene più perché Dio ha preso possesso della sua anima, anzi di tutta la sua persona, corpo, anima e spirito. Come Maria di Nazareth che, a motivo della sua accoglienza della parola e della sua permanenza in essa, è stata felicemente caratterizzata come la espropriata. Lo ha detto lei stessa: “Ecco, sono la schiava del Signore!” (Lc 1,38).

CUSTODIRÒ LE TUE PAROLE

Come sempre, al dono accolto corrisponde la promessa: Signore, mi impegno non solo ad accogliere la tua parola ma pure a custodirla, memore della tua promessa. “Chi mi ama conserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui” (Gv 14,23). La custodirò come il dono più bello e più prezioso che abbia mai ricevuto in vita mia e non cesserò di elevare il mio inno di ringraziamento a Dio, datore di ogni dono perfetto. Custodirò la parola di Dio come Maria custodiva il ricordo degli eventi che l’hanno coinvolta come madre di Dio (vedi Lc 2,29.51).

La custodirò come la pupilla dei miei occhi perché tu, Signore, “sei mia luce e mia salvezza / di chi avrò timore? / Tu sei difesa della mia vita / di chi avrò terrore?” (Sal 27,1). Custodirò la parola di Dio come Samuele, del quale si dice che “non lasciava cadere a vuoto nessuna delle parole che il Signore gli rivolgeva” (vedi 1Sam 3,19). La custodirò come medicina spirituale: “Conservo nel cuore le tue parole / per non offenderti con il peccato” (Sal 119,11). So con certezza infatti che senza un attaccamento personale alla tua parola, Signore, non potrò mantenermi fedele a quella misteriosa alleanza che ho stabilito con te.

17Dammi vita, Signore»

e io, tuo servo, custodirò le tue parole.

18Dona luce ai miei occhi,

perch’io contempli le meraviglie della tua legge.

19Straniero sono qui sulla terra:

non nascondermi i tuoi comandamenti.

20Mi consuma ogni giorno

il fascino dei tuoi giudizi.

2JTu minacci i superbi,

maledetto chi devia dalle tue leggi.

22Allontana da me chi m’insulta e mi disprezza

perché ho amato i tuoi insegnamenti.

25Si accordino pure i potenti per calunniarmi,

ma io, tuo servo, medito i tuoi decreti.

24I tuoi comandi sono la mia gioia,

miei consiglieri le tue sentenze.

Poiché sono beati coloro che custodiscono la parola di Dio, tu custodiscila in modo che scenda nel profondo della tua anima e si trasfonda nei tuoi affetti e nei tuoi costumi. Nutriti di questo bene e ne trarrà delizia e forza la tua anima. Non dimenticare di cibarti del tuo pane, perché il tuo cuore non diventi arido e la tua anima sia ben nutrita del cibo sostanzioso (Discorso 5 sull’Avvento).

 

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