terrorismo e PARTITI

di Nicola Guiso
Pubblicato il 1 febbraio 2015 15:04

Scrivo la nota mentre l’Europa è ancora sconvolta dal dramma del terrorismo di matrice islamica che ha colpito la Francia. Anche in Italia – dove in materia di terrorismo abbiamo, purtroppo, più esperienza degli altri paesi – si discute sui modi e sugli strumenti più idonei a farvi fronte. Sino a ora, però, il solo punto su cui sono d’accordo tutti coloro che ne trattano, è che solo con la partecipazione attiva e costante dei cittadini, resi consapevoli del pericolo rappresentato dal terrorismo di matrice islamista, potranno avere successo la definizione e l’approvazione delle misure ordinarie e straordinarie di prevenzione e di repressione del terrorismo.

Ne abbiamo avuto la prova negli anni di piombo (1972-1980) caratterizzati dal terrorismo dei gruppi dell’ultrasinistra, e in particolare delle Brigate rosse. La loro azione, infatti, cominciò a perdere forza quando nelle città e nei paesi, nei luoghi di lavoro, nelle università e nelle scuole i gruppi si trovarono progressivamente isolati in un cerchio di aperta ostilità da parte dei cittadini e dei lavoratori. Situazione che contribuì a rendere sempre più efficaci le misure legislative e quelle operative delle forze dell’ordine per il contrasto e per la dissoluzione dei gruppi eversivi. Ma la mobilitazione civile contro i terroristi fu possibile perché orientata e sostenuta dall’azione dei partiti, alla quale si aggiunse quella dei sindacati, e delle organizzazioni produttive e professionali.

Il ruolo dei partiti fu decisivo perché essi (e in particolare i grandi partiti popolari, Dc, Pci e Psi) potevano contare su milioni di militanti; su strutture politico-organizzative diffuse nel territorio (sezioni) e, in molti casi, nei luoghi di lavoro (gruppi o cellule d’ambiente); di quadri dirigenti qualificati, e rinnovati con frequenza in modo democratico a livello provinciale, regionale e nazionale; e in rapporto costante con gli eletti del partito negli enti locali, nelle regioni e nel parlamento nazionale. I partiti infatti – pur essendosi indebolita la loro influenza nella società per effetto dei mutamenti provocati dall’eccezionale sviluppo civile, sociale ed economico del paese, a partire dagli anni 50 e sino alla metà degli anni 70 – negli “anni di piombo” costituivano ancora una solida ed efficiente cerniera tra la società e le istituzioni, come ho scritto in altre note. Essenziale fu infatti in quegli anni il rapporto intenso e continuo dei partiti con la società civile per la rapida approvazione delle misure legislative (comprese nella legge Reale, dal nome dell’allora ministro della Giustizia, il repubblicano Oronzo Reale) che diedero alle forze dell’ordine e alla magistratura gli strumenti più idonei a disgregare e a battere i gruppi terroristici: basti ricordare i benefici in sentenza per i “pentiti” e per i “dissociati”; e i maggiori poteri alle forze dell’ordine in situazioni particolari che contribuirono a minare la compattezza dei gruppi eversivi.

La controprova del ruolo decisivo dei partiti in quella difficilissima congiuntura venne dall’apporto che diedero alla conferma della legge Reale nel referendum per la sua abrogazione chiesto dai radicali. Oggi, purtroppo, come detto nell’ultima nota, non vi sono in Italia partiti che siano, come in passato, efficienti cerniere tra la società e le istituzioni; ciò che certamente renderà più difficile anche la lotta contro il nuovo terrorismo di matrice islamica.

È questo, dunque, un elemento ulteriore che impone una riflessione approfondita (che anche noi contribuiremo a fare) su come avviare la ricostruzione di un sistema dei partiti adeguato alle esigenze nuove della so-cietà civile del nostro paese; e alla dimensione europea e mondiale dei problemi che condizionano, sempre di più, la vita delle persone, delle famiglie e delle comunità. Partendo sempre dalla premessa che i partiti erano e restano, nonostante tutto, una componente ineliminabile della democrazia rappresentativa. La forma più alta di organizzazione della società e dello stato, garanzia di progresso civile e sociale dei cittadini nella libertà.

 

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