QUELLA PORTA APERTA NELLA PERIFERIA DEL MONDO

i frutti del viaggio apostolico di papa Francesco in Africa
di Gianni Di Santo
Pubblicato il 2 gennaio 2016 13:21

L’anno del Giubileo della Misericordia si è aperto a migliaia di chilometri da San Pietro, come mai era successo prima nella storia della chiesa. Un appuntamento che odora dei colori del mondo, di quell’umanità dolente e piena di speranza che Bergoglio vuole sempre ricordare come paradigma di nuovo umanesimo

L’immagine delle mani di papa Francesco che spingono la porta di legno della cattedrale di Bangui nella Repubblica Centrafricana rimarrà nella storia della cristianità. Immagini e parole: “L’Anno Santo della Misericordia – dice il papa prima di aprire la Porta Santa – arriva in anticipo in questa terra che soffre da diversi anni la guerra, l’odio, l’incomprensione, la mancanza di pace. In questa terra sofferente ci sono tutti i paesi del mondo che sono passati per la croce della guerra. Bangui diviene la capitale spirituale della preghiera per la misericordia del Padre”. E fa ripetere a tutti i presenti: Ndoye siriri, amore e pace!

L’anno del Giubileo della Misericordia apre così a migliaia di chilometri da San Pietro, come mai era successo prima nella storia della chiesa. La Porta Santa oggi, per volere di Francesco, è una porta di legno appena verniciata di fresco, che sa di periferia del mondo, di incontro con l’altro, l’emarginato, il povero e il lontano, che sa di polvere della strada. È un Giubileo meticcio, che odora dei colori del mondo, di quell’umanità dolente e piena di speranza che papa Francesco vuole sempre ricordare come paradigma di nuovo umanesimo.

Lontana, molto lontana, c’è una Roma confusa dalle macchinazioni dei “corvi”, c’è uno stato del Vaticano che tenta di mettere ordine e trasparenza alle sue finanze, c’è un cristianesimo europeo che sembra non uscire dalla sua crisi profonda. Papa Francesco invece è lì, in un “altro” mondo, nell’altro mondo, a fianco dei suoi amici poveri, di un cristianesimo e di “una fede che ama la terra”, per dirla con il teologo gesuita Karl Rahner.

Un viaggio difficile, pieno di incognite, a rischio di attentati. Ma cosa possono le armi contro la bellezza e la gioia incontenibile del vangelo annunciato ai margini del mondo?

Francesco ama parole chiare: “A tutti quelli che usano ingiustamente le armi di questo mondo, io lancio un appello: deponete questi strumenti di morte; armatevi piuttosto della giustizia, dell’amore e della misericordia, autentiche garanzie di pace”.

Parole forti. L’imam Oumar Kobine Layam, al momento dello scambio della pace, scende dall’altare e va ad abbracciarlo. Non c’è soltanto la guerra civile in Centrafrica, per fortuna. C’è voglia di riscatto. Così, quando Francesco entra nella moschea centrale di Koudoukou, a Bangui, nel famigerato “Km 5”, dove c’è una linea che divide il quartiere dei musulmani, la maggioranza, dalla parte in cui vivono i cristiani, il richiamo all’unità è forte: “Insieme, diciamo no all’odio, alla vendetta, alla violenza, in particolare a quella che è perpetrata in nome di una religione o di Dio. Dio è pace, salam”.

Parole che non possono passare inosservate dalla comunità internazionale. “Tra cristiani e musulmani siamo fratelli. Dobbiamo dunque considerarci come tali, comportarci come tali. Sappiamo bene che gli ultimi avvenimenti e le violenze che hanno scosso il vostro paese non erano fondati su motivi propriamente religiosi. Chi dice di credere in Dio dev’essere anche un uomo o una donna di pace. Cristiani, musulmani e membri delle religioni tradizionali hanno vissuto pacificamente insieme per molti anni”. Dunque, “dobbiamo rimanere uniti perché cessi ogni azione che, da una parte e dall’altra, sfigura il volto di Dio e ha in fondo lo scopo di difendere con ogni mezzo interessi particolari, a scapito del bene comune”.

Il viaggio apostolico in Kenya, Uganda e Repubblica Centrafricana, non rimarrà una cosa a sé stante. Questo pontificato si aggrapperà a questo sud del mondo. L’Africa, con i suoi slum, così come le bidonville latinoamericane, sono quel vangelo della speranza che forse noi europei abbiamo un po’ perso dai nostri percorsi spirituali troppo burocratici e senza misericordia.

Ma oggi il vangelo di Gesù è pace, solidarietà, amore e riconciliazione. Nel suo primo discorso di benvenuto, Francesco ha citato il terrorismo fondamentalista che in Kenya ha provocato negli ultimi tre anni centinaia di vittime innocenti. “L’esperienza dimostra che la violenza, il conflitto e il terrorismo si alimentano con la paura, la sfiducia e la disperazione, che nascono dalla povertà e dalla frustrazione. La lotta contro questi nemici della pace e della prosperità – ha aggiunto – dev’essere portata avanti da uomini e donne che, senza paura, credono nei grandi valori spirituali e politici che hanno ispirato la nascita della nazione e ne danno coerente testimonianza”.

Il papa ha quindi parlato di una grande piaga dell’Africa. “Fintanto che le nostre società sperimenteranno le divisioni, siano esse etniche, religiose o economiche tutti gli uomini e le donne di buona volontà sono chiamati a operare per la riconciliazione e la pace, per il perdono e per la guarigione dei cuori. Nell’opera di costruzione di un solido ordine democratico, di rafforzamento della coesione e dell’integrazione, della tolleranza e del rispetto per gli altri, il perseguimento del bene comune dev’essere un obiettivo primario”.

Basterebbe questo racconto per fermarsi a meditare sulla grandezza di un pontificato che ha scelto però di partire dal basso. L’altra parola rimasta infatti ben impressa nell’immaginario collettivo è quel “qui mi sento a casa”. Sotto la pioggia, a Kangemi, una delle bidonville di Nairobi, agglomerati privi di qualunque servizio e immersi nel fango, nei quali secondo la Caritas locale vive il 60 per cento della popolazione del Kenya, Bergoglio ha spiegato: “Sono qui perché voglio che sappiate che le vostre gioie e speranze, le vostre angosce e i vostri dolori non mi sono indifferenti. Conosco le difficoltà che incontrate giorno per giorno. Grazie per avermi accolto nel vostro quartiere. In realtà, mi sento a casa condividendo questo momento con fratelli e sorelle che, non mi vergogno a dire, hanno un posto speciale nella mia vita e nelle mie scelte”.

Non c’era modo migliore per iniziare l’anno della Misericordia.

 

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