QUANDO IL LUPO ANZICHÉ IL PELO PERDE LA VITA…

il punto
di Stefano Pallotta
Pubblicato il 31 marzo 2017 12:41

Lupi e agnelli. È il titolo di una raccolta di poesie di Trilussa, il “re Mida dell’endecasillabo” come lo ha definito Leonardo Sciascia. Il poeta che, in rime ro-manesche, dissacra l’uomo che spesso e volentieri diventa lupo ma che con la sua arte della dissimulazione riesce sempre a scaricare le colpe sull’animale solo perché miti e leggende l’hanno sempre dipinto come feroce e cattivo. Lo spiega lo stesso Trilussa (per non ricorrere sempre ai classici) nel colloquio tra un centopiedi e un millepiedi. Quest’ultimo risponde al primo che si lamenta della gente che lo definisce, “centogamme” visto “che n’ho solo una trentina”. “Pur’io – gli replica il parispecie a trazione multipla integrale – so’ conosciuto, ma te credi/ che li piedi che ciò so proprio mille? /Macché! so’ centottanta o giù di lì;/io, però, che lo so, nun dico gnente:/ che me n’importa? C’è un fottio de gente/ ch’è diventata celebre così”. Morale: la fama una volta che c’è l’hai te la tieni.

Dai tempi, per la verità non troppo lontani, di Trilussa le cose non hanno subito trasformazioni in meglio. Forse in peggio. Ne volete un esempio? Il ministero dell’Ambiente ha (aveva) intenzione di sottoporre alle regioni un piano di contenimento della crescita del numero dei lupi, sia nelle zone protette (parchi nazionali), sia nelle zone dell’Appennino a ridosso di esse. Per il fatto che, secondo i censimenti (non si capisce fatti da chi), l’animale selvatico negli ultimi decenni sarebbe aumentato a dismisura mettendo a repentaglio gli allevamenti di pecore, mucche e cavalli.  Insomma, 1500-2000 lupi (di cui forse 250-300 in Abruzzo) starebbero minacciando tutto il comparto zootecnico nazionale. Si sarebbe passati, in una ventina di anni, dal pericolo dell’estinzione a un surplus di animali selvatici tanto da rendersi necessaria una “politica di contenimento” (troppo cruento scrivere: abbattimento a fucilate). Dovrebbero essere i parchi e le regioni a decidere dove e quanti abbatterne. Immaginate la Regione Abruzzo che decide di aprire la caccia al lupo (uno dei simboli della stessa regione, insieme all’orso) nel Parco Nazionale d’Abruzzo. Si scatenerebbe una rivolta sui social (ormai solo questi fanno paura ai politici) da far rabbrividire gli inquilini di Palazzo Silone a L’Aquila. Ma torniamo al punto. È dimostrato che non sono i lupi a minacciare gli allevamenti, ma molto di più i branchi di cani inselvatichiti che la totale assenza, per anni e anni, di provvedimenti contro il randagismo ha reso possibile. È anche dimostrato che se la burocrazia snellisse le procedure delle pratiche per i risarcimenti agli allevatori dei danni subiti dalla fauna selvatica, non ci sarebbero tanti motivi di doglianze. È dimostrato, inoltre, che 1500-2000 lupi non rappresentano uno stato di conservazione tale da scongiurare il pericolo d’estinzione dell’animale. Allora perché prendersela con il lupo? Il periodo pasquale ci fa venire in mente le nostre tavole imbandite e la capacità dell’uomo di predicare la bontà ma, all’atto pratico, di non farsi scrupoli a speculare sul sangue degli agnelli. Almeno lasciasse in pace il povero lupo.

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