MA DEV’ESSERE UN COMICO A SPIEGARCI I COMANDAMENTI?

intervista a EUGENIO BOLLEY
di Gino Consorti
Pubblicato il 1 febbraio 2015 22:44

“La gente – afferma il famoso pittore e scultore che quarant’anni fa lasciò il posto da dirigente di una grande azienda per dedicarsi all’arte e ai bisognosi – non ha più la speranza, non comunica più, la televisione fagocita tutto e tutti. Vorrei vendere tutte le mie opere e donare l’intero ricavato ai poveri, nessuno però mi aiuta… Vivo con pochi euro al giorno, mi scaldo con la legna e giro in bicicletta. Quella volta che mi telefonò il presidente Pertini… Dio mi ha cambiato l’esistenza”  La strada sembra non finire più. Mi sto arrampicando nel cuore dell’alta Val di Susa e le montagne, molte delle quali sopra i tremila metri, sono lì, quasi le sfioro… La mia meta è Melezet, una piccola frazione di Bardonecchia, il comune più occidentale d’Italia, a confine con la Francia. Un posto incantevole dove ancora più forte si avverte la straordinaria potenza creatrice di Dio. Quel Dio a cui Eugenio Bolley ha affidato il suo cuore. Sono arrivato fin quassù per conoscere un artista sorprendente che possiede una storia e una fede altrettante straordinarie…

Ottant’anni da compiere il prossimo agosto, quest’uomo dallo sguardo mite e dal carattere d’acciaio un bel giorno ha deciso di lasciare il suo lavoro di dirigente in una nota industria meccanica di Torino per trasferirsi a Melezet. Il tutto per dedicarsi a tempo pieno all’arte, la sua grande passione, e occupare il posto lasciato vacante, proprio in quei giorni, da… Pablo Picasso, uno dei maestri della pittura del ventesimo secolo. Assicuro che non sto scherzando…, tra poco sarà Bolley a spiegarci come sono andate le cose…

Tornando invece all’inversione di vita dell’artista nato a Gap, in Francia, una volta sistematosi in quest’angolo di paradiso ha finalmente reso libero il suo grande genio che, unitamente a un animo estremamente sensibile, ha prodotto meraviglie. Un grande idealista che ha nel cuore gli ultimi, la pace e la salvaguardia dell’intero creato. Così, con la tavolozza dei colori tra le mani e un’autentica fede nel cuore, ha potuto realizzare il suo sogno da bambino. Oltre cento mostre in Italia e all’estero, migliaia di opere e sculture, molte delle quali hanno trovato una collocazione prestigiosa. Come ad esempio La macchina del vento che campeggia nello splendido parco delle Nazioni Unite a Ginevra. Per non parlare, poi, dello sviluppo della sua ricerca continua che lo ha portato a tirare fuori opere straordinarie da vecchi attrezzi della civiltà contadina. Oppure le macchine del tempo realizzate con vecchi rubinetti, ingranaggi, valvole recuperati nei rottamai. Che dire dei magnifici Urogalli così tanto apprezzati da Mario Rigoni Stern e Primo Levi? E la t-shirt realizzata per ricordare il cinquantenario dell’Unicef? E ancora la scultura mobile Testa rossa in acciaio e alluminio collocata nella stazione ferroviaria di Oulx in occasione dei campionati mondiali di sci del Sestrerie; i tredici quadri per il calendario ufficiale della Rai; l’omaggio alle vittime di Fukushima in Giappone; Il mangianuvole, un’esposizione che nel 1972 per la prima volta in Italia, e forse anche all’estero, ha affrontato il tema dell’inquinamento atmosferico.

Insomma, ci vorrebbe un lungo elenco per descrivere l’intera produzione artistica di quest’uomo che vive con la bibbia sotto il cuscino. Un’opera fondamentale in cui quotidianamente si specchia ritrovandosi. Pagine e pagine per tutte le situazioni di sofferenza e di gioia attraverso le quali passa ogni creatura umana. Non a caso, tanto per restare nel mondo dell’arte, lo stimato pittore russo Marc Chagall diceva che per molti secoli i grandi pittori si erano ispirati a “quell’alfabeto colorato della speranza” che sono appunto le sacre scritture.

Le virtù di questo artista a tutto tondo, però, non finiscono qui visto che vive con pochi euro al giorno, si scalda solo con la legna che raccoglie nei boschi, non ha il boiler per l’acqua calda, si nutre con piatti unici e come mezzo di trasporto possiede una bicicletta… Il suo cuore, però, ed è questo il segreto, scoppia di gioia. Quella che nasce dalla fatica di far risplendere in noi il più possibile l’immagine di Dio. E cioè essere generosi, leali, onesti amanti della pace e della giustizia, disponibili verso gli altri, soprattutto quelli più bisognosi.

Oggi Bolley si ritrova a vivere in una casa invasa dalle sue opere. Stanze, corridoi, sgabuzzini e persino il bagno adibiti a contenitori di arte… Parliamo di circa duemila dipinti e oltre 300 sculture che alcuni anni fa degli imprenditori giapponesi volevano acquistare in blocco. Lui, però, fece finta di non sentire… Non volle separarsene, anche perché non trovava moralmente giusto dar loro un prezzo… Il suo desiderio, infatti, era venderle attraverso delle aste per poi destinare il ricavato ai poveri. Ha chiesto aiuto più di una volta alle istituzioni per attuare questo suo lodevole proposito. La risposta? Deve ancora arrivargli…

Nel frattempo, però, io sono arrivato a destinazione. Mi apre il cancello condominiale e, mentre scendo dalla macchina, eccolo venirmi incontro con grande cordialità. Dal suo volto traspare una contagiosa serenità. Dopo un tour nell’abitazione-galleria…, eccoci seduti. Pronti per l’intervista.

Disegnatore, impiegato, venditore, pittore, scultore, inventore: qual è il vero volto di Eugenio Bolley?

Principalmente è quello di un uomo che ha incontrato Dio. Tu sei venuto fin quassù dall’Abruzzo per intervistare un pittore, credo però che tornerai a casa con la testimonianza di un teologo…

Addirittura?

Dio mi ha cambiato l’esistenza. Vivo un’esperienza di vita straordinaria alimentata dalla pace. Come tutti gli esseri umani anch’io ho vissuto aspetti che condannavo, l’uomo, infatti, nasce peccatore… A un certo momento della mia vita, però, oltre a dire basta a una società disumanizzante ho acquisito qualcosa di straordinario.

Cosa?

La certezza della fede.

Cos’è per te la fede?

Certezza di cose che si sperano, dimostrazioni di realtà che non si vedono. Dio non l’ho mai visto però lo sento, vive dentro di me e mi fa capire dove stiamo andando.

E dove stiamo andando?

La direzione non ha nulla di positivo, la nostra è una società in fase di sfascio… Gesù dice una cosa sulla quale è bene riflettere attentamente…

Cioè?

Che il mondo giace sotto il potere del maligno, il suo regno non è di questo mondo. Io vivo sulla terra ma il mio cuore è proiettato al di là delle nuvole… Quando prego il Signore ne avverto forte la presenza. Nel momento in cui crediamo, infatti, diventiamo figli di Dio, di conseguenza la nostra vita deve necessariamente cambiare. Lui vuole persone diverse, come dice a Nicodemo: “Se uno non nasce di nuovo non entrerà nel regno dei cieli”. Ecco, allora, che quarantadue anni fa ho mollato il mio impiego scegliendo la libertà…

Cosa vuol dire per te essere liberi?

Sottrarsi ai limiti che la vita impone.

In che modo?

Senza fare nulla di straordinario. Quando ad esempio guardo un cielo stellato mi vengono i brividi… Penso all’infinito e so che al di là dell’infinito c’è Dio con il quale comunico. La grandezza di Dio è tutta racchiusa nell’amore, non a caso ha mandato suo figlio sulla terra a sacrificarsi per noi. Gesù per salvarci ha pagato un prezzo che nemmeno riusciamo a immaginarci. E cosa ci chiede in cambio? Semplicemente di accettarlo come Salvatore e come Signore. E se lo facciamo entriamo a far parte del novero dei suoi figli.

La morte, dunque, non ti fa paura…

Assolutamente no. So benissimo che un giorno morirò, ma con altrettanta certezza so che risorgerò in una dimensione totalmente diversa da quella in cui ora sto vivendo.

Una dimensione, quella attuale, infarcita di bruttezze…

Esattamente. Io, ad esempio, non compero più il giornale in quanto è uno stillicidio di notizie negative. La gente non ha più la speranza, non comunica più. La televisione fagocita tutto e tutti. Ma dev’essere un comico, e mi riferisco al programma di Benigni sui comandamenti, a testimoniare cosa deve fare l’uomo? La gente va a vedere uno spettacolo… Spero che qualcuno abbia capito che Dio è tutt’altra cosa… Io studio la bibbia circa tre ore al giorno, è la parola di Dio che ha cambiato la mia vita.

Qual è la preghiera che rivolgi al Signore?

Signore aiutami a fare la tua volontà, aumentami la fede, aiutami a capire la tua parola e fa che possa testimoniare questo agli altri. Ieri mattina, ad esempio, ero nel letto ma volavo… Guarda che non sono pazzo, ti sto parlando con il cuore…

Mai pensato, ho fatto tanti chilometri per venirti ad ascoltare…

Ero nel letto e mentre leggevo la bibbia mi sono imbattuto in un passo straordinario del vangelo di Giovanni, capitolo 17, versetto 3: “Questa è la vita eterna: che conoscano te, l’unico vero Dio, e colui che hai mandato, Gesù Cristo”.

Visto che nella tua abitazione siamo circondati da macchine fantastiche, “azioniamo” per gioco quella del tempo tornando al Bolley bambino. Che ricordi hai dell’infanzia?

Ci sono due episodi in particolare, vissuti alla fine della seconda guerra mondiale, che mi hanno segnato. Il primo è quando vidi mio padre piangere.

Il motivo?

Gli avevo chiesto del pane da mangiare e lui non ce l’aveva… Avevo 9 anni e tornando da scuola trovai la casa deserta e la stufa spenta. Mia madre – lo seppi dopo – era andata da alcuni nostri lontani parenti a chiedere un po’ di carne in quanto loro avevano macellato un vitello. Avevo fame e sentivo freddo. Aprii la dispensa e trovai solo un sacchetto di grano che doveva essere macinato… Fui preso dallo sconforto, impotente e indeciso sul da farsi, allora, aspettai l’arrivo di mio padre che faceva i turni come manutentore presso un’industria metallurgica piemontese. Verso le tre del pomeriggio, quando lo vidi arrivare con la bicicletta, gli corsi incontro e con un filo di voce gli chiesi se avesse trovato del pane… Non mi rispose, girò la testa dall’altra parte. In quel momento vidi che aveva gli occhi pieni di lacrime…

L’altro episodio, invece, a cosa è legato?

Sette mesi dopo, una domenica di agosto, mentre noi ragazzini a Meana di Susa pescavamo le trote con le mani nel fiume, a pochissima distanza si consumò un orribile omicidio. Un manipolo di fascisti comandato da un ufficiale tedesco cercava di fissare una lunga corda al balcone del vecchio municipio. All’estremità avevano formato un cappio. Nel cassone del camion, accucciato in un angolo, c’era un ragazzo di 16 anni, Stefano Tremaioni. Piangeva disperatamente invocando la mamma… I suoi assassini avevano un basco nero in testa con l’immagine di un teschio con le ossa incrociate, la tuta mimetica e le armi in pugno. L’opposizione del povero ragazzo, che cercava di non farsi infilare il cappio in testa, purtroppo fu vana… Poco dopo, infatti, il suo corpo senza vita era mosso dal vento come uno spaventapasseri… Quel giovane bandito – così venivano chiamati con disprezzo i partigiani – aveva pagato dunque con la vita l’ardire di opporsi alla furia violenta nazifascista. Questi due episodi mi fecero capire che la morte e la fame sono due sorelle ingrate e scomode. La prima è paludata di violenza e di odio, l’altra, invece, partorisce un’agonia denudata…

Facciamo un salto in avanti e arriviamo al 1973, anno in cui lasci l’azienda Omc di Torino. Ti dimetti da responsabile dell’ufficio acquisti e ti trasferisci a Melezet…

Diedi le dimissioni all’indomani della morte di Pablo Picasso…

Scusami ma mi sfugge il collegamento…

Faccio una premessa. L’alloggio a Melezet l’avevo acquistato in precedenza progettando, un domani, di andarci a vivere. Però doveva essere futuro abbastanza lontano…

Invece?

Una domenica mattina dalla radio vengo a sapere della scomparsa di Picasso. Alcuni miei amici erano andati in montagna ma siccome io stavo dipingendo rimanemmo d’accordo che li avrei raggiunti dopo mezzogiorno. Sentita la notizia, però, dissi a me stesso: quel posto vacante lo prendo io… Mi avvio per raggiungere i miei amici e mentre salgo nel bosco vedo la neve che inizia a sciogliersi, le lastre di ghiaccio con l’acqua fanno passare le bolle d’aria, i merli s’inseguono fischiettando… A quel punto prendo la decisione: visto che la routine di Torino non ha nulla a che fare con questa vita, domattina mi dimetto e vado via. E così feci. Mi presentai al responsabile con la lettera di dimissioni, gli dissi che volevo cambiare vita. Ancora oggi benedico il Signore per avermi messo in testa quella idea.

Quindi l’occupare simbolicamente il posto lasciato vacante da Picasso significava fare l’artista a tempo pieno…

Esattamente. Mi è sempre piaciuto dipingere, sin da bambino. Gli eventi, poi, avevano costruito altri scenari ma quella vita da dipendente non era la mia, mi mancava la libertà. E poi lo smog di Torino mi stava distruggendo.

Tua moglie condivise ciò che in quel momento era senza dubbio un salto nel buio?

Lei mi incoraggiò.

Quanti anni avevi all’epoca?

Trentotto.

Per vivere contavi solo sui soldi della liquidazione?

Quella piccola somma mi permetteva di andare avanti qualche anno, ma una volta a Melezet iniziai a vendere i miei quadri. Se non riesco a fare questo mestiere, promisi a me stesso, mollo tutto e faccio il tubista. A Torino, però, non ci torno…

Successivamente, però, tua moglie scelse un’altra strada…

Sì, ci siamo separati ma con lei conservo un rapporto straordinario, siamo rimasti buoni amici. Come credente in Cristo Gesù ho l’obbligo di tenere in debito conto le affermazioni del Signore sulla indissolubilità del matrimonio. Per questa rigorosa ragione, dunque, ho scelto di vivere da solo la mia situazione di persona separata. Con tutto quello che comporta, nel bene e nel male.

A distanza di tempo, però, quel salto nel buio si è trasformato in una vita piena di luce e soddisfazioni. Le tue opere hanno conquistato numerosi estimatori, molti dei quali di assoluto prestigio. Come ad esempio lo scrittore ebreo Primo Levi…

In gioventù lui veniva in vacanza a Bardonecchia e più d’una volta è stato a casa mia. C’eravamo conosciuti grazie a un’amica comune che mi aveva fissato un incontro nella sua abitazione alle otto di sera. Rimanemmo a parlare sino alle quattro del mattino…, fu bellissimo. Scoprii un uomo che, come la maggior parte degli ebrei, non chiedeva vendetta ma semplicemente giustizia. All’epoca già dipingevo e mi ponevo il problema del degrado e dell’inquinamento ambientale. Ne parlai con lui e fu così che diventammo amici. Quando andai in Giappone gli misi a disposizione la mia casa ma lui dovette declinare l’offerta perché di lì a poco si sarebbe dovuto sottoporre a un intervento chirurgico. In più in famiglia si trovava a gestire una situazione non facile.

L’ultima volta che l’hai sentito?

Mi telefonò tre giorni prima che si togliesse la vita…

Per dirti cosa?

Per ringraziarmi. Gli avevo regalato un’opera grafica dal titolo Green (verde), con questa dedica: “A Primo Levi con l’augurio che il suo martoriato paese ritrovi la serenità di questo verde…”. In quell’occasione mi disse che aveva dei problemi di salute. L’11 aprile del 1987 stavo partendo per il Giappone quando seppi da un amico della sua morte. Purtroppo non mi fu possibile andare al funerale, così lo salutai con un necrologio su La Stampa di Torino.

Altro ricordo indelebile la telefonata del presidente della Repubblica Sandro Pertini…

Come potrei dimenticarla? Pertini era andato a Bari a inaugurare la Fiera del Levante ed era accompagnato dall’allora ministro del Bilancio Guido Bodrato, che io conoscevo. In quell’occasione vide la mia firma in un manifestato e chiese a Bodrato: “Chi è questo Eugenio Bolley? Ha un cognome piemontese…”. Il ministro, allora, gli descrisse a sommi capi il mio percorso e la cosa finì lì. Successiva-mente, precisamente il 9 gennaio 1983, ricevetti una sua telefonata.

Immagino lo stupore…

Io e mia madre aspettavano una chiamata dalla Francia dove mio cognato era stato ricoverato per sottoporsi a un delicato intervento alla spina dorsale. Quando presi il telefono dall’altra parte sentii domandarmi: “Casa del pittore Bolley?” Sì, risposi. Quella voce proseguì: “Telefono dal Quirinale, resti per favore un attimo in attesa che le passo il presidente…”. Io, però, avevo capito il Viminale in quanto il giorno prima mi aveva telefonato una giornalista proprio da lì… Ecco però che mi arrivò nell’orecchio l’inconfondibile voce del presidente Pertini: “Caro Bolley come va, come va…? Venga a trovarmi, venga qui a Roma a farmi visita…”.

E tu?

Balbettavo… Nel frattempo mia madre, che aveva sentito squillare il telefono, nel vedermi in quello stato impallidì improvvisamente temendo qualche complicazione nell’intervento di mio cognato… Allora, prima che svenisse, riposi: “Grazie presidente, verrò a trovarla al più presto e le porterò un quadro”. Lui, infatti, era un appassionato d’arte.

Così salisti al Quirinale con il quadro sotto il braccio…

Sì, quindici giorni dopo quella telefonata andai a Roma portando come regalo un quadro dal titolo Tutti gli uomini del re. Successivamente venni a sapere che a chiamarmi era stato Antonio Maccanico, il suo segretario generale. Una persona stupenda.

Torniamo a quell’incontro…

Una macchina della Finanza mi accompagnò all’aeroporto di Torino e da lì in aereo raggiunsi Roma. Ad attendermi un’altra pattuglia della Guardia di Finanza che mi fece scendere dinanzi all’ufficio del ministro Bodrato. Insieme, poi, salimmo al Quirinale. Il quadro gli piacque molto e chiacchierammo a lungo. Gli raccontai la mia storia e anche il tragico episodio dell’impiccagione di quel povero ragazzo antifascista… Sarei dovuto restare a pranzo ma un certo punto gli fu comunicata l’uccisione di un magistrato in Sicilia, Giangiacomo Ciaccio Montalto di Trapani. Ricordo che sbiancò commentando con un filo di voce: “Sono il presidente dei funerali…”.

Anche Mario Rigoni Stern fu colpito dalla tua arte. Fantastica la fotografia che fa di te: “Un pittore insonne e innamorato che aspetta il giorno per andare nei luoghi in cui gli uomini non vogliono più vivere: nelle case remote e alte sui monti dove non cresce più il frumento o giù nelle valli dove il sole arriva troppo tardi…”.

Mario era un amico fraterno e quando è morto, non mi vergogno a dirlo, piansi tantissimo… Ci sentivamo due-tre volte a settimana, lui come me si alzava molto presto. Scriveva, poi leggeva Il buon seme e successivamente si preparava il caffè.

Cosa ti ha spinto nel 1987 ad andare a vivere per un periodo in Giappone alle pendici del vulcano Fuji?

Dopo la mia visita a Pertini su La Stampa di Torino uscì un articolo dal titolo Il pittore e il presidente. Quell’incontro, dunque, aveva dato lustro alla mia persona. Una mattina, allora, mi telefonò il console onorario del Messico dicendomi che voleva incontrarmi insieme a un suo cugino, il direttore della Fiat automobili in Giappone. Ci siamo visti a casa mia e il direttore della Fiat mi propose di andare a dipingere in Giappone. Prese contatti allora con Tetsuro Hito, presidente dello Spazio Institute di Tokyo al quale inviai alcuni miei cataloghi. Successivamente venne a Torino invitandomi ufficialmente in Giappone. Lì, mi dissero, sarei potuto restare a lavorare fin quando avrei voluto.

Quanto tempo hai vissuto alle pendici del monte Fuji?

Tre mesi. Mi hanno ospitato alla grande organizzandomi anche delle mostre. Ho trovato delle persone straordinarie. A me piace vivere con in piedi ben piantati a terra e intrattenere rapporti puliti e trasparenti con il mio prossimo. Quando andavo a Tokyo al rientro mi facevano trovare la cena davanti alla porta della mia abitazione… È stata un’esperienza fantastica, vivevo da solo ma ogni domenica venivano a trovarmi una trentina di persone. E io cucinavo per tutti…

In quarant’anni di attività hai realizzato quasi tremila opere. Hai la casa piena, persino uno dei due bagni è destinato all’arte… Cosa hai intenzione di farne?

Tutti i giorni prego il Signore di mettermi nella condizione di vendere tutto, tramite aste o privati. Io mi impegno a non utilizzare, se non in caso di estrema necessità, neanche un euro dell’intero ricavato. Tutto l’incasso, infatti, lo donerei ai meno fortunati, alla gente che soffre.

È il tuo chiodo fisso…

Proprio alcuni giorni fa ho ricevuto la telefonata di aiuto da parte di una signora che era alla fame… Come credente non posso e non voglio sottrarmi.

Nonostante non navighi nell’oro…

Io non ho la televisione, né il boiler per l’acqua calda, ho 80 anni, mi scaldo a legna, ho una bicicletta come unico mezzo di trasporto e tutti i giorni vado nei boschi a raccogliere la legna che marcisce. La scendo giù, la spacco e la sistemo in cataste ben ordinate. In pratica vivo e sono felice con poco.

Quanto spendi al giorno?

Con 250 euro a fine mese mi avanza anche qualcosa… Evito spese superflue, non utilizzo termosifoni e come dicevo mi scaldo con una stufa a legna che mi è stata regalata. Scaldo l’acqua con il gas e poi mi lavo alla giapponese…

Cioè?

Mi lavo in una bacinella con l’acqua tiepida, ma non puzzo mica…

Solitamente cosa comprende il tuo menù?

Mi cucino piatti unici. Alcuni amici che coltivano l’orto a volte mi portano i loro prodotti. Ormai sono 42 anni che vivo qui e non mi è mai mancato niente. Ti racconto un aneddoto. Un mio amico fraterno, Domenico, proprietario di un’azienda, è stato costretto a chiudere in quanto non riusciva più a pagare gli interessi alla banca. Tempo fa gli regalai una dozzina di patate. Queste, gli dissi, sono eccezionali, prova a piantarle nel tuo orto e vediamo cosa ne esce fuori… Dopo un po’ di tempo me ne ha portate circa 40 chili, frutto di quelle patate… Era la fine dello scorso agosto, oggi siano quasi a fine dicembre e le ultime le ho consumate alcuni giorni fa. Per quattro mesi ho mangiato delle patate squisite…

Il cibo, dunque, per te non rappresenta un problema…

Assolutamente no. Mangio pochissima carne e molta verdura. Oggi, ad esempio, mi sono preparato un minestrone da far resuscitare i morti… È venuta a trovarmi un’amica che doveva andare a Torino e le ho dato una gamella di minestrone in modo da non farle perdere tempo per prepararsi il pranzo…

Scusa se faccio un passo indietro, ma non si potrebbero coinvolgere le istituzioni in questo tuo lodevole proposito di donare il ricavato della vendita delle opere?

Certamente. Visto che lo stato italiano ha degli spazi propri in alcuni di questi potrebbe organizzarmi delle mostre. Pubblicizzare delle aste specificando bene che Eugenio Bolley destinerebbe il 30% del ricavato allo stato mentre il restante 70%, come stabilito e certificato da un notaio, andrebbe in beneficenza. Tempo fa ho spedito una lettera al presidente della Camera e a quello del Senato, e per conoscenza anche al presidente della Repubblica Napolitano. Li informavo di aver realizzato una mostra per le vittime di Fukushima e visto che nel palazzo del Parlamento c’è una sala adibita per le mostre, chiedevo ospitalità. Ancora sto aspettando…

Perché non ti sei mai voluto legare a un gallerista?

Perché ritengo sia disonesto dire, ad esempio, che un’opera possa valere 30, 40 o 50 mila euro… Chi lo stabilisce il prezzo? Su che base? Ricordo che a Torino tempo fa partecipai a un incontro con vari artisti, critici d’arte e potenziali compratori. Dissi loro che non mi ritenevo un titolo di una società che oggi si compra a mille e domani, magari, si rivende a diecimila…

Ne fai una questione morale…

Proprio così. In tutte le cose devono esserci principi etici e morali. Solo se non fossi un cristiano potrei ragionare in modo diverso.

Che idea hai del mondo della politica?

Assolutamente negativa.

E del premier Renzi?

Mi astengo…, vedo troppa demagogia.

È vero che dormi sul pavimento?

No…, visto che il Giappone mi ha conquistato mi sono fatto un letto basso in legno.

Qual è il più grande rimpianto che ti porti dentro?

Non essermi preoccupato prima degli altri.

Se ti fosse consentito ritorneresti giovane?

No, sto aspettando Gesù…

Secondo te qual è la colpa più grande della chiesa?

A mio avviso la chiesa cattolica, un certo mondo protestante e gli ortodossi, per capirci di tutta la fascia cristiana, parlano poco del ritorno di Cristo. Paolo a proposito dice: “Ecco io vi annunzio un mistero: non tutti, certo, moriremo, ma tutti saremo trasformati in un istante, in un batter d’occhio, al suono dell’ultima tromba; suonerà infatti la tromba e i morti risorgeranno incorrotti e noi saremo trasformati”.

Cosa ti piace di papa Francesco?

La sua semplicità.

C’è qualcosa con cui baratteresti questa vita?

Con una maggiore disponibilità di amore verso gli altri.

 

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