L’AFRICA CHE NON TI ASPETTI…

crescita del continente nero
di Angelo Paoluzi
Pubblicato il 1 luglio 2017 12:49

Secondo la Banca di sviluppo diciotto paesi su cinquantaquattro hanno raggiunto livelli “medi o elevati” per salute, istruzione e tenore di vita. Le previsioni per il 2017 parlano di una crescita del Pil del 3,4 per cento, il doppio di Stati Uniti e Unione Europea (per ambedue con +1,7), e ancora maggiore rispetto ad altre aree del mondo, eccetto il +5,5 dell’Asia dell’est. L’Africa, appunto: il solo elemento di novità di un deludente G7 – l’incontro, alla fine del maggio scorso a Taormina, dei grandi di questo mondo – senza risultati di cui ci si possa rallegrare, a parte l’unanimità di uno scontato impegno contro il terrorismo (e chi potrebbe essere a favore?). Per il resto sono rimasti senza risposte (ovvero con risposte negative) alcuni dei problemi importanti del nostro tempo, in particolare il dramma vissuto ogni giorno dai migranti in fuga da violenza, fame, miseria, morte, e la minaccia che incombe sulla terra di una catastrofe climatica. Ma c’è almeno il fattore positivo, voluto dalla presidenza italiana 2017, cioè l’apertura di un dossier Africa. Un evento che non emerge dal nulla ma è legato, da una parte, a uno dei problemi di immediata attualità, le migrazioni, e dall’altra alla consapevolezza politica (qui è il merito dell’iniziativa) che si deve guardare in prospettiva, e con ottimismo, allo sviluppo del continente nero. Cioè la seconda regione “dinamica” del mondo, dopo l’Asia-Pacifico: con previsioni per il 2017 di una crescita del Pil (la ricchezza globale prodotta) del 3,4 per cento, il doppio di Stati Uniti e Unione Europea (per ambedue con +1,7), e ancora maggiore rispetto ad altre aree del mondo, eccetto appunto il +5,5 dell’Asia dell’est.

Un progresso tanto più rimarchevole se si considera che in Africa si assiste ai due terzi dei conflitti del pianeta, che coinvolgono 400 milioni di abitanti su un miliardo e duecento milioni complessivi; e se si pensa, inoltre, che 544 milioni di africani vivono in povertà, che nell’Africa subsahariana 645 milioni di loro sono senza elettricità e che carenze alimentari e dell’istruzione condizionano negativamente la vita quotidiana della gente.

Ma, secondo la Banca africana di sviluppo, diciotto paesi, sui cinquantaquattro del continente, hanno raggiunto livelli “medi o elevati” per salute, istruzione e tenore di vita. Dal 2005 a oggi Ruanda, Ghana, Liberia, Egitto e Tunisia hanno registrato i progressi maggiori nel settore della sanità; Sudafrica, Marocco, Ghana e Tunisia hanno impegnato nell’istruzione il 6 per cento dei loro bilanci. A Taormina, lo scorso maggio, il capo del governo ospitante, Paolo Gentiloni, ha sottolineato i diversi elementi di speranza nel rapporto con l’Africa. Ad ascoltarlo c’erano, invitati, i rappresentanti del Niger, del Kenya, della Nigeria, della Tunisia, dell’Etiopia, come portatori delle esigenze dell’insieme del loro continente, e membri autorevoli dell’Unione africana, della Banca mondiale, dell’Organizzazione europea per lo sviluppo economico (Ocse), delle Nazioni Unite, del Fondo monetario internazionale, della Banca africana di investimenti: tutti con grande attenzione. Il solo distratto è stato il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, che durante il discorso non si è servito dell’auricolare per la traduzione.

Il dinamismo africano è certamente condizionato negativamente dalla diffusa corruzione, dai regimi autoritari, dalla difficile condizione della donna, dagli scontri tribali e interreligiosi; e incide anche l’avidità delle multinazionali interessate alle materie prime di cui il continente è ricco. Da qualche anno, inoltre, si è aggiunto il fenomeno della cessione delle terre, favorito dai dittatori locali, ad acquirenti stranieri (in testa la Cina e l’Arabia Saudita) che se ne servono per produrre derrate alimentari di cui in patria sono carenti. E tuttavia la parte positiva del racconto parla, appunto, di una classe dirigente che si sta formando e che anche a livello internazionale presenta i suoi titoli di competenza. Basterà ricordare il ghanese Kofi Annan segretario generale dell’Onu, il senegalese Jacques Diouf per tre volte a capo della Fao, la nigeriana Ngozi Okonio-Iweala responsabile del settore Africa della Banca Mondiale, l’etiope Tedros Athanom Gebrejesus, alla testa dell’Organizzazione mondiale della sanità. Ma pochi sanno che, negli ultimi anni, sono oltre cinquecento i diplomati africani della prestigiosa Ecole Nationale d’Administra-tion francese: manager d’alto rango destinati a controllare politica ed economia dei paesi d’origine o a fare carriera nelle grandi istituzioni internazionali.

Il futuro dell’Africa (lo prediceva mezzo secolo fa Paolo VI) è nelle mani dei suoi abitanti. Così in Sudafrica da dieci anni la African Leadership Academy (Ala è il suo acronimo) prepara duecento alunni di quaranta paesi, frutto di una severissima selezione, e che si impegnano a sfruttare i loro talenti nel continente una volta terminati gli studi. A Taormina si è scommesso sul futuro, anche se qualcuno era un po’ distratto.

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