LA SCOMMESSA DI PAPA FRANCESCO

cinque anni dopo
di Gianni Di Santo
Pubblicato il 11 Gennaio 2018 16:30

Con Bergoglio la Chiesa “in uscita” ascolta il grido dei poveri e diventa un ospedale da campo, abbraccia le geografie in cammino dei popoli del mondo, si preoccupa dell’ambiente e della salvaguardia del creato e critica la grande finanza speculatrice.

 Il prossimo 13 marzo papa Francesco compirà cinque anni di pontificato. L’arrivo dalla “fine del mondo” alla cattedra di Pietro da parte dell’ex arcivescovo di Buenos Aires, grazie anche al suo modo empatico di interagire con il popolo di Dio, ha dissotterrato passioni sopite nel corpo della Chiesa universale. Proviamo, dunque, a delineare alcuni punti salienti del suo pontificato.

Un papa che si fa chiamare vescovo restituisce alla storia la primizia della carità dell’antica Chiesa di Roma e la costringe a fare i conti con un uomo, chiamato Gesù di Nazareth, profeta di unione tra cielo e terra. Il cristianesimo, la casa del figlio di Dio, è l’unica religione che convive con la storia del mondo, generando profezia. Un giorno venne il poverello di Assisi, Francesco, e la storia cambiò. Poi, a seguire, Santa Chiara, San Filippo Neri, Sant’Ignazio di Loyola. Profeti del Dio vivente, venuti a stare in mezzo a una Chiesa che cammina con gli uomini.

Quel 13 marzo è successo che un uomo divenuto papa cominciasse a parlare con il suo popolo in un dialogo profondo e sincero. Un “a tu per tu” divenuto l’unico aggancio possibile di scrittura sacra e di incontro tra uomo e Dio. Francesco vescovo e papa incarna almeno tre paradossi.

Il primo paradosso riguarda la desacralizzazione del trono. Già la parola vescovo è rottura con la storia ultima della Chiesa universale, ma non con la storia prima. Francesco scende dal trono del regnante con la sua automobile utilitaria, con i suoi paramenti liturgici sobri e poveri, con i suoi gesti di misericordia e perdono, di accoglienza e tenerezza. Scende dal trono mentre si fa un caffè da solo a santa Marta, mentre chiama al cellulare l’amico che non sente da un po’, mentre si rivolge al popolo dei fedeli e anche degli agnostici, pregate per me. Oppure, ancora, mentre accoglie con una carezza i migranti di Lampedusa o riceve i grandi del mondo nella sua piccola dimora e non nell’appartamento pontificio. Desacralizza il trono perché non comanda con autorità, non emette sanzioni dottrinarie, non promulga dogmi irrinunciabili, non promette l’inferno a chi sbaglia.

Ma, al contempo stesso, innalza il trono. La sua persona è osannata dal popolo di Dio, il suo sorriso contagioso è portatore di buone notizie, la sua diplomazia ha già fatto incontrare le ragioni dell’equilibrio e della giustizia lungo le geografie del mondo. Desacralizza il trono, ma lo rende sempre più alto, più vicino al cielo e quindi più puro dalle incrostazioni della terra.

Il secondo paradosso fa i conti con quell’espressione bellissima e portatrice di sane inquietudini spirituali, che è diventata l’architrave del suo pontificato: la Chiesa in uscita. In uscita da sé stessa, dal suo clericalismo, in uscita da noi, dai cattolici tiepidi che hanno dimenticato i dieci comandamenti e dai cattolici integralisti che hanno fatto diventare un campo di battaglia le pastorali delle nostre parrocchie. Uscire dal tempio, per le strade della vita, ad ascoltare il canto del vangelo e delle pietre, e degli uomini che respirano.

Una Chiesa in uscita che diventa, per osmosi tra cielo e terra, una Chiesa in entrata. Una Chiesa in entrata su di noi, il nostro spirito, la nostra intelligenza, e le nostre mancate relazioni con l’altro. Una Chiesa in uscita (e quindi in entrata) che spalanca le porte del tempio e fa entrare nella sua dimora la polvere della strada, ma che nello stesso tempo sa raccoglierla con le mani dell’uomo e poi spargerla lungo i confini del tempio. Per contaminazione teologica e liturgica, per atto d’amore verso l’umanità.

Infine, l’odore delle pecore. E non l’odore del lusso e dell’agio sociale. L’odore delle pecore (riferito ai pastori) è la più riuscita delle metafore inventate da Francesco. Sa di miele e acido, di sale e vita vissuta. È l’odore delle pecore che trasformerà le nostre parrocchie e le nostre chiese in templi di preghiera e di spiritualità. Ed è l’odore delle pecore che rende già oggi i nostri pastori guide spirituali amati e apprezzati lungo i percorsi umani alla ricerca di Dio.

Tutto ciò è racchiuso nell’esortazione Evangelii Gaudium. Qui la Chiesa universale ridisegna le tappe di una missione ad gentes attraverso la gioia dell’annuncio. La buona notizia è gioia e speranza, dialogo con l’uomo, con chi non crede, chi è lontano, chi è povero, chi è in difficoltà.

Una rivoluzione, teologica e pastorale, per non dire ecclesiale, ma anche civile, umana, antropologica, dettata da gesti e da segni, da un vescovo Francesco che si è messo in testa di riformare la Chiesa e abbracciare il mondo immerso in una globalizzazione che non risparmia più nessuno.

C’è tutto il senso di un pontificato. Si respira l’eco della mano tesa ai pescatori e agli isolani di Lampedusa, si trova la rabbia per dignità del lavoro rivolta agli operai di Cagliari, si vede il suo inginocchiarsi a lavare i piedi di una donna carcerata e musulmana, si coglie il sorriso povero di un uomo e pastore del Sud e dei sud del mondo, si scorge perfino don Corrado, l’elemosiniere del papa, che elargisce euro ai poveri che popolano la sera il colonnato di San Pietro. C’è la mano che dà, e il sorriso che dona sollievo e misericordia. Rivolto a tutti, credenti, anche ai tiepidi o non praticanti.

Ecco perché il magistero di Bergoglio provoca qualche volta critiche, ormai non più velate, fuori e dentro le mura vaticane. Le esortazioni Evangelii Gaudium e soprattutto Amoris Laetitia hanno innestato in minoritarie ma combattive rappresentanze ecclesiali dei “dubia”. Altri, soprattutto alcuni siti web di stampo conservatore e reazionario, attaccano il papa frontalmente. Ma Bergoglio va avanti. Spiegando instancabilmente come la vera sfida non sia solo quella di aggiornare le funzioni di qualche organismo curiale. Il problema centrale, invece, è quello di rovesciare la prospettiva profetica dell’annuncio evangelico.

Con Francesco la Chiesa in uscita ascolta il grido dei poveri e diventa un ospedale da campo, abbraccia le geografie in cammino dei popoli del mondo, si preoccupa dell’ambiente e della salvaguardia del creato e critica la grande finanza speculatrice. Sul versante più ecclesiale dà più coraggio al ruolo dei laici, invoca trasparenza per gli abusi sessuali del clero e per i conti del Vaticano, consiglia un approccio diverso su divorziati risposati e coppie di fatto, dedica alle donne e al loro ruolo all’interno della Chiesa cattolica parole nuove immaginandone un futuro diverso.

È tutta qui la scommessa di papa Francesco. Rendere alla parola profezia il posto che le spetta, accanto al cammino degli uomini.

 

 

 

 

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