CONFRATELLO LASCI STARE

Carlo Monaco
di Nandino Di Eugenio
Pubblicato il 2 gennaio 2016 12:50

Proveniva dal regno di Napoli, Carlo Monaco, e aveva quattro anni più di Gabriele, nato e cresciuto nello stato pontificio; ma quando si incontrarono a Morrovalle si legarono subito con una forte e sincera amicizia. Del resto, in convento la provenienza geografica non era argomento di dialogo e non incideva nelle relazioni interpersonali. Se vi era qualche interesse per quanto avveniva fuori del convento, era solo quello di pregare perché gli uomini fossero in pace tra loro e si evitasse di spargere sangue fratricida. I due giovani avevano abbracciato la vita religiosa passionista e avevano nel cuore lo stesso ideale: essere sacerdoti, diventare missionari, raggiungere la santità. Ce n’era quindi abbastanza per andare più che d’accordo. Gabriele, morto troppo presto, non diventerà sacerdote; sarà missionario dopo la morte con la sua santità portando in tanti cuori il sorriso e la grazia di Dio. Più lunga e movimentata la vita di Carlo; vivrà 55 anni, molti dei quali dedicati all’apostolato.

Nato a Filetto (Chieti) il 6 novembre 1834, Carlo vive una fanciullezza e un’adolescenza normale tra scuola, chiesa e lavori compatibili con la sua età; educato cristianamente, lo vedono spesso nel vicino santuario della Madonna della Libera, molto amato dagli abitanti del paese. Nel 1855 arrivano a Filetto i religiosi passionisti; vi predicano una missione che le cronache del tempo descrivono molto riuscita per aver ristabilito la pace tra non poche famiglie “scisse tra loro a causa di liti e di false denunzie intentate dagli uni contro gli altri” e perché “furono tolti molti scandali pubblici e riconciliate con Dio anime perdute in gran quantità”.

Tra gli assidui frequentatori delle prediche vi è anche il giovane Carlo che ascoltando i missionari si sente interiormente chiamato a seguirli in convento. Riflette, si consiglia, soprattutto prega il Signore di illuminarlo. Dopo un serio discernimento decide: sarà sacerdote passionista e missionario. Nell’ottobre del 1856 è già a Morrovalle, dove Gabriele è arrivato nel mese precedente. Saranno compagni inseparabili nei vari trasferimenti e nello studio. Carlo veste l’abito passionista il due novembre 1856 e professa i voti religiosi il tre novembre 1857.

Prosegue gli studi a Pievetorina (Macerata), a Isola del Gran Sasso e, dopo la morte di Gabriele, nuovamente a Pievetorina, dove torna nel luglio 1862. Ordinato sacerdote nel 1863, trascorre un anno a Recanati iniziando il suo ministero sacerdotale e poi ancora a Isola dove il ricordo di Gabriele, morto nel 1862, è ancora vivissimo. Ulteriori trasferimenti lo portano a Manduria (Taranto), a Sant’Eutizio di Soriano nel Cimino (Viterbo) e infine a Pievetorina; qui muore per un improvviso attacco apoplettico il pomeriggio del 23 agosto 1889.

Carlo consuma la sua vita come apostolo instancabile e confessore illuminato; resta fedelissimo alla regola passionista anche quando è costretto a vivere lontano dal convento a causa della soppressione degli ordini religiosi. Nella vita comunitaria, come aveva imparato da Gabriele, cerca e riserva per sé gli impegni più gravosi e meno attraenti liberandone con gioiosa e sorprendente astuzia i suoi confratelli. Ormai però, tutti conoscono la sua incantevole furbizia; ne sorridono e lo amano ancora di più.

Invitato a scrivere qualche ricordo del tempo vissuto con Gabriele, Carlo dice apertamente che è costretto a tralasciare molte cose “altrimenti dovrei fare una vita a parte”. Ricorda però che nei frequenti colloqui Gabriele gli ha inculcato la devozione alla Madonna, particolarmente alla Madonna addolorata e la fedeltà al rosario quotidiano. Aggiunge che lo ascoltava con piacere; che restava molto stupito sentendo con quale abbondanza e proprietà citasse i santi padri a sostegno delle sue raccomandazioni. “Posso dire che parlandomi Gabriele di cose spirituali, mi sentivo rinascere un nuovo fervore di spirito e infiammare la volontà nella pratica delle virtù”. Carlo è vicino a Gabriele poco prima che lui lasci questa terra; vinto da innocente curiosità giovanile, vuole toccare i suoi piedi per vedere se sono freddi. Gabriele se ne accorge e gli dice: “Confratello, lasci stare”. Carlo ricorderà per sempre quel dolce rimprovero; ma porterà soprattutto nel cuore la gioia di aver posato le proprie mani sui piedi di un santo che sta per andarsene in cielo. (11) 

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