ADDIO PANCIONI

record negativo di nascite
di Gino Consorti
Pubblicato il 31 marzo 2017 12:10

Gli indicatori demografici per il 2016 diffusi recentemente dall’Istat disegnano un quadro per nulla incoraggiante: si fanno meno figli di sempre, la popolazione invecchia e negli ultimi 6 anni è triplicato il numero di italiani che decidono di trasferirsi all’estero. La testimonianza di una coppia di fidanzati di lungo corso…

I dati sono lì a ricordarcelo: culle sempre più vuote a conferma della tendenza alla diminuzione della natalità. Gli ultimi indicatori demografici forniti recentemente dall’Istat (Istituto nazionale di statistica) evidenziano, ahinoi, il livello minimo delle nascite: 474 mila, dodicimila in meno del 2015. Un record negativo dove la popolazione in generale diminuisce e nello stesso tempo mette sempre più capelli bianchi… Il saldo naturale (nascite meno decessi), dunque, registra nel 2016 un valore negativo (-134 mila) che rappresenta il secondo maggior calo di sempre, superiore soltanto a quello del 2015 (-162 mila).

Ma i numeri, decisamente interessanti dell’indagine, non finiscono qui. Al 1° gennaio 2017 i residenti hanno un’età media di 44,9 anni, due decimi in più rispetto alla stessa data del 2016. Gli individui di 65 anni e più superano i 13,5 milioni e rappresentano il 22,3% della popolazione totale; quelli di 80 anni e più sono 4,1 milioni, il 6,8% del totale, mentre gli ultranovantenni sono 727 mila, l’1,2% del totale. Gli ultracentenari ammontano a 17 mila.

La fecondità totale, poi, scende a 1,34 figli per donna (da 1,35 del 2015); ciò è dovuto al calo delle donne in età feconda per le italiane e al processo d’invecchiamento per le straniere. Quest’ultime hanno avuto in media 1,95 figli nel 2016 (contro 1,94 nel 2015); le italiane sono rimaste sul valore del 2015 di 1,27 figli. L’età media delle donne al parto è di 31,7 anni mentre la vita media per gli uomini raggiunge 80,6 anni (+0,5 sul 2015, +0,3 sul 2014), per le donne 85,1 anni (+0,5 e +0,1).

Finito? No, purtroppo c’è un ultimo dato che rende nitida la fotografia di un paese in declino, debole e sempre più lontano dalle aspettative dei suoi abitanti: Il saldo migratorio estero nel 2016 è pari a +135 mila, un livello analogo a quello dell’anno precedente ma, rispetto a quest’ultimo, è determinato da un maggior numero di ingressi (293 mila), e da un nuovo massimo di uscite per l’epoca recente (157 mila). Negli ultimi sei anni è triplicato il numero di italiani che decidono di trasferirsi all’estero, della serie, chi non ci “conosce” varca i nostri confini, chi ci è nato, invece, se li mette alle spalle… Principalmente in cerca di un futuro.

Il dossier demografico, pertanto, conferma il trend di un paese sempre più spaventato a inseguire l’amore e quindi la felicità. Perché, come giustamente ci ricorda Hermann Hesse, felicità è amore, nient’altro. Chi può amare, dunque, è felice… Oggi, però, chi decide di investire nel rapporto di coppia e quindi di mettere su famiglia viene definito un avventuriero, anzi di più, un incosciente… Per non parlare, poi, di chi sceglie di “avere” più di un figlio. Appaiono agli occhi di tanti come i gorilla di montagna, una razza in via di estinzione… Per capirci, la cosiddetta famiglia all’antica, un’immagine nostalgica che sopravvive nell’inconscio e perché no anche nella memoria, di fatto non trova più terreno fertile nell’attuale società. Un paese, e arriviamo al cuore del problema, che purtroppo ha smesso di scommettere nella genitorialità, un fondamento indispensabile per la società e un bene insostituibile per i figli. Ecco, allora, che a mio avviso la sfida da vincere è quella politica, più che antropologica e morale. A iniziare dal lavoro che, si sa, è una dimensione che dà dignità a ogni individuo e nello stesso tempo permette di cambiare il mondo costruendo il futuro e sostenendo la famiglia. Le politiche familiari sono in grado, oggi, di alleviare e rendere più gratificante il compito genitoriale? Il cosiddetto Stato è in grado di garantire un lavoro alla coppia? Come si fa a pensare a un futuro insieme e quindi a ricevere i doni del Signore se non si ha un’autosufficienza economica? Come si fa a garantire un futuro sereno al nascituro? E ancora: gli asili, ad esempio, sono presenti nel numero giusto e con costi e orari accessibili? Il sistema dei trasporti scolastici è all’altezza? La fiscalità troppo pesante incoraggia i giovani al matrimonio? Gli elevati costi di case e mutui consentono a chi vive nella precarietà lavorativa di spiccare il volo? Le istituzioni sono realmente al fianco delle famiglie? La società si è adattata alla madri lavoratrici? Possiamo continuare a interrogare e a interrogarci all’infinito, ma le risposte, ahinoi, riconducono tutte all’incapacità di riconoscere la famiglia, con atti concreti, baluardo fondamentale dell’edificio so-ciale. Un luogo magico dove ognuno dovrebbe realizzarsi programmando serenamente il futuro. Sicuramente oggi tanti giovani non sono “attratti” da certi esempi di famiglia che offre questa nostra società sempre più contraddistinta da rapporti fragili, conflittuali e spesso di convenienza, e alla fine, quindi, a prevalere è la volontà di conservare la propria libertà e la propria indipendenza. A fare la differenza, però, è l’incertezza nel futuro e quindi la paura che manda in frantumi, in tante coppie, il desiderio di figli e quindi di famiglia. Un peccato capitale per un paese che si definisce civile e democratico dove il matrimonio e la paternità, straordinarie icone dell’amore e della vita, si sono trasformati in un atto di coraggio…

LA STORIA DI Roberto e VITTORIA

Roberto e Vittoria sono due giovani che stanno insieme da 13 anni. Un lungo fidanzamento, quasi da podio, che ha permesso sì di conoscersi a fondo ma che oggi rischia di trasformarsi in un rapporto tra fratello e sorella… Un amore nato sui banchi di scuola e rafforzatosi giorno dopo giorno. Lui, 30 anni, lavora nel campo manifatturiero con contratti “saltuari”; lei, 26 anni, una laurea in Scienze Politiche, tanti colloqui di lavoro ma oggi si arrangia come commessa part time… “Purtroppo – si sfoga Vittoria – dopo questo lungo ‘apprendistato’ il nostro rapporto necessita di un’evoluzione, un cambiamento che contempli una nuova famiglia e quindi una indipendenza sotto ogni punto di vista. I genitori rappresentano sempre il rifugio ideale, però per tutti arriva il momento in cui c’è bisogno di vivere un’altra dimensione della vita”. Come darle torto? Ma questo lungo “tirocinio”, così come lo hai simpaticamente definito, non credo sia figlio solo della necessità di conoscersi meglio… “Assolutamente no, più che servire a una conoscenza capillare dei nostri due mondi sono figli della mancanza di una autosufficienza economica. Tra l’altro i nostri genitori, come si suo dire, non navigano nell’oro, e comunque anche se fossero ricchi non sarebbe giusto. Tra l’altro Roberto con i suoi contratti a tempo determinato si trova spesso a lavorare fuori regione quindi diventa tutto più complicato. Dovremmo trovarci un appartamento nella sua sede di lavoro ma non è semplice far quadrare i conti. E poi io dovrei lasciare il mio lavoro, anche se è part time… Purtroppo, e fa male dirlo, il matrimonio non può prescindere dal contesto economico… Soprattutto se, come nel nostro caso, si vuole rendere completo questo sacramento con i figli”.

Roberto è in viaggio per lavoro, così lo raggiungo al cellulare approfittando di una sosta in autostrada. “Come ti avrà già detto Vittoria veniamo da un lungo fidanzamento ‘forzato’, nel senso che le difficoltà economiche hanno fatto sì che di volta in volta rimandassimo il Sì a data da destinarsi… L’affitto della casa, le spese di gestione, il mantenimento nostro e dei futuri figli: inutile nascondersi, il problema economico è reale e predominante”. Provo allora a stuzzicarlo chiedendogli se dietro il tutto possa invece celarsi qualcos’altro, come ad esempio una difficoltà più o meno conscia di separazione dalla famiglia d’origine… “Ti assicuro che non è così – ribatte deciso Roberto – altrimenti le nostre strade si sarebbero divise da un pezzo. Noi ci amiamo profondamente e non vediamo l’ora di dare completezza alla nostra unione. Entrambi sappiamo di essere andati troppo in là con i tempi, con un contratto come il mio e la situazione di Vittoria non è semplice decidere”. Prima di salutarci, ecco quella che sembra una partecipazione da spedire… “Nonostante tutto, però, credo sia arrivato il momento di buttarci…, anche perché se continuiamo ad aspettare qualcosa di definitivo per entrambi gli anni d’attesa aumenteranno insieme alla nostra età e ad altri problemi… Incrociamo le dita, quindi, e guardiamo con fiducia al futuro”.

Ovviamente incrociamo le dita anche noi!

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